VVFF, se volete il riconoscimento, cacciate i soldi

13 marzo 2010 at 17:05 (terremoto) (, , , , , , )

Non è possibile!

Hanno lavorato duramente per 10 mesi in condizioni a dir poco drammatiche, sono gli unici che si sono spaccati veramente il culo, gli aquilani li chiamano “i loro Angeli”, ma per avere un riconoscimento del lavoro svolto… devono pagare 130 euro a testa. Questa è la cifra che gira, quantomeno.

Il tutto ai sensi del Decreto della Protezione Civile del 28 aprile 2009, attuativo del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 19 dicembre 2008.

Quest’ultimo, all’articolo 9 comma 2, recita:

Gli oneri derivanti dall’acquisto delle insegne sono a carico dei rispettivi beneficiari ad eccezione delle insegne per i soggetti di cui all’art. 6, comma 5, i cui oneri sono posti a carico dei fondi individuati al comma 1.

Qui il portale della ditta che ha vinto l’appalto per l’erogazione di tali benemerenze: all’interno trovate anche i riferimenti normativi di cui sopra, vi invitiamo a verificarli personalmente, e magari a provare a calcolare quanto costa la vostra medaglia.

Monique dice che ha deciso di chiedere anche lei la benemerenza…

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Ad aver saputo che funzionava così, invece che offrire la cena ai signori Vigili del Fuoco, gliela avremmo fatta pagare! 🙂

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La Protezione Civile

26 agosto 2009 at 21:54 (terremoto) (, , , )

Questo, devo ammettere che è il post più difficile di questo blog, vi avviso, sarà piuttosto lungo, ma il rischio di fraintendimenti è estremamente alto ed abbiamo cercato di essere il più chiari possibile.

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Centro commerciale “L’aquilone”, appena fuori L’Aquila: è il 25 aprile. Parcheggiamo la macchina e scendiamo, lista della spesa alla mano, per fare scorta di generi di prima necessità da dividere con i nostri stupendi ospiti. Nel parcheggio del centro commerciale ci sono altoparlanti fissati ai pali della luce che distribuiscono musica tutt’intorno. La canzone, al nostro arrivo, recita così: “Tutta mia la città, un deserto che conosco, tutta mia la città, questa notte un uomo piangerà”.

Non è uno scherzo. E’ solo una delle tante tragiche coincidenze che gli aquilani hanno dovuto sopportare nelle ultime settimane. Fatalità… è vero, un terremoto è senz’altro una fatalità, e le sue conseguenze materiali sono il frutto di questa fatalità. Ma le azioni degli uomini che si trovano ad operare in una situazione del genere possono essere anch’esse catalogate come semplici conseguenze di una fatalità?

Non credo. La domanda che più spesso viene rivolta, attraverso l’etere, a chi come noi si trova qui a vivere, a condividere, seppur in modo palesemente incompleto, i drammi, le fatiche, i ricordi, i pensieri e i propositi degli aquilani è: ma la Protezione Civile sta facendo bene come si dice in tv a reti unificate, oppure sono vere le voci più o meno indipendenti e sporadiche che danno notizia di lacune od omissioni nella gestione dell’emergenza?

La verità, come spesso accade, non è semplice come una banale distinzione tra bianco e nero. E per verità, in questo luogo, intendo il racconto di ciò che gli occhi vedono e le orecchie sentono.

Non abbiamo pretese di possedere la Verità, quella con la V maiuscola che tutto comprende e nella quale tutto è uniforme al concetto assoluto di verità, poiché essa è in realtà presentata come un concetto uniforme solo per il comodo degli uomini. Non esiste affatto in tal forma. La Verità è un infinito insieme di piccole cose che accadono, le quali sono spesso tutt’altro che univoche nel loro svolgersi, nel senso e nelle conclusioni che se ne possono trarre.

Ciò premesso, questo è ciò che vedo, il senso che dò a ciò che vedo, e i pensieri che faccio in merito a tutto questo. Lo spiegamento di forze è imponente. Uomini e mezzi, la città è invasa da ogni ordine di forze pubbliche: dalla Polizia ai Carabinieri, dai Vigili del Fuoco ai finanzieri, dalla Protezione Civile alla Polizia Provinciale, della quale peraltro ignoravo completamente l’esistenza e via fino all’Esercito. Numerosi campi sono stati allestiti in città e sono presidiati continuativamente da un gran numero di agenti, od operatori se vogliamo comprendere tutte le forze in un’unica definizione.

Non parlerò delle condizioni della città, che saranno oggetto di un altro discorso, ma mi limiterò a descrivere la situazione relativa agli operatori e raccontare le mie riflessioni al riguardo.

Esistono grandi differenze tra i diversi campi, e questo è un primo elemento su cui si dovrebbe riflettere: si va da installazioni complete di tende, bagni chimici, impianti di scolo delle acque, farmacia, tenda medica con personale medico presente e cucina da campo con operatori addetti al catering, fino a realtà dove per giorni non sono giunti operatori di alcuna forza.

Nel campo di Spogna, ad esempio, le persone fuggite dalle case durante la scossa delle 3.32 si sono ritrovate al campo sportivo: tra loro tante persone anziane e bambini, dai 13 anni ai 18 mesi della “mascotte” del paese, Matteo. Per diversi giorni non hanno visto operatori nè aiuti di alcun genere. Sono stati privi di tende, servizi igienici e della possibilità di approvigionarsi di generi alimentari con regolarità. Il terzo giorno un gruppo di operatori della Protezione Civile ha portato loro delle tende: le hanno scaricate dal camion e poi sono ripartiti, lasciando gli abitanti di Spogna di nuovo soli, con un intero campo da allestire con le proprie forze.

Ora, come ho detto, non si tratta di produrre concetti assoluti da ogni episodio, questo lo fanno gli ipocriti, i falsi, i mentecatti, i servi, sempre a favore della propria parrocchia, ovviamente. Si tratta invece di utilizzare gli episodi, positivi o negativi che siano, come spunti di riflessione non tanto per puntare il dito, quanto per migliorare ciò che è.

L’episodio di Spogna stimola molte riflessioni: per giorni nessun aiuto giunge in un paese colpito da un sisma, quando arrivano le tende non arriva null’altro insieme ad esse, e gli operatori non si fermano ad allestire il campo, lasciando quest’onere ai cittadini sfollati. Per contro, in altri campi (specie quelli in città) c’è un’organizzazione severissima di tipo militare portata avanti da un gran numero di operatori della Protezione Civile. Tutto viene controllato, bisogna avere permessi per fare qualunque cosa e viene rifiutata dall’organizzazione ogni offerta di aiuto (anche di professionalità specialistiche). Due situazione agli antipodi.

La domanda è: perchè? Si tratta dello stesso terremoto, della stessa gente, della stessa Protezione Civile, degli stessi campi da allestire. Non si tratta della buona volontà dei singoli, che appartiene a molti degli operatori che abbiamo incontrato. Quello che manca è un’organizzazione adeguata. Per capire meglio facciamo un esempio: in un pronto soccorso, organizzato bene, esistono decine di professionalità differenti, ognuna con competenze e compiti distinti e precisi; in un pronto soccorso arrivano persone che necessitano di cure, ma nessuno può prevedere quante e con che tipo di patologie o necessità. Un pò come per i terremoti, sai che si possono verificare una serie di eventi patologici o traumatici, ma non sai quando e con quale intensità. Per questo, in un pronto soccorso, esistono i protocolli.

In questo modo, quando arriva un’emergenza, non esistono tempi di latenza, l’intervento di ogni operatore è codificato a seconda delle competenze ed è integrato a quello di tutti e in questo modo si limita al minimo la perdita di tempo prezioso. I protocolli, ovviamente, vengono studiati a monte, ovvero prima che le emergenze si verifichino: si ipotizzano i possibili scenari di emergenza e si studiano alberi decisionali e sequenze di procedure in modo tale da limitarne al massimo il numero, così da ridurre i tempi di intervento in favore di una rapida soluzione.

E non solo: i protocolli vengono rivisti ad intervalli di tempo regolari, o quando innovazioni tecnologiche specifiche rendono possibili ulteriori risparmi in termini di tempo. Questo vale per le procedure di pronto soccorso sanitario, e dovrebbe valere secondo me a maggior ragione per situazioni quali catastrofi naturali che coinvolgono migliaia di persone nello stesso momento.

Ed è proprio questo il punto: non siamo qui a discutere la buona volontà dei singoli, ma le evidenti carenze di un’organizzazione inadeguata. Il nostro è un paese in cui la maggior parte del territorio è a rischio sismico, un paese nel quale molti eventi sismici si sono succeduti anche in anni recenti, esigendo ognuno il proprio tributo di vite umane: non si tratta quindi di discutere di remote possibilità a carattere sporadico, ma di eventi probabili. Non si può discutere di “se”, ma di “dove” e “quando”. Il che non significa pontificare sulla possibilità o meno di prevedere eventi come i terremoti (questo è argomento tecnico, ed appartiene ad altri ragionamenti), ma di dover considerare ovvio che questi scenari vengano realisticamente ipotizzati e che adeguati protocolli di intervento vengano studiati prima che l’ennesima tragedia si verifichi.

In Italia molte persone vengono pagate per svolgere le attività più bizzarre, le consulenze più fantasiose, i compiti più impensabili: ho l’impressione che ci siano anche persone pagate con denaro pubblico che, tra un’emergenza e l’altra, dovrebbero occuparsi di questo genere di pianificazione, in modo tale che quando si verifica “l’altra” emergenza le cose funzionino meglio che nella precedente… e in modo tale che gli stipendi tra un’emergenza e l’altra non vengano regalati, più che pagati.

Dalla pianificazione degli interventi dipendono una serie incalcolabile di variabili, la più evidente delle quali è la sopravvivenza di quanti restano intrappolati negli edifici, nelle auto, nelle strade senza potersi mettere in salvo. Si tratti di terremoto, di frane, valanghe di fango od eruzioni vulcaniche, tutti fenomeni tutt’altro che improbabili nel nostro paese.

to be continued

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