Cos’è L’Aquila oggi di Enrico Macioci

13 luglio 2010 at 18:32 (terremoto) (, , , , , , , , , , , , )

La testimonianza di chi L’Aquila la vive dall’interno. Ringraziamo NazioneIndiana per averci permesso di pubblicare anche qui.

Sono nato all’Aquila 35 anni fa, ho sempre vissuto all’Aquila, ero all’Aquila alle 3,32 del 6 aprile 2009, ero insieme all’oceano d’aquilani durante la manifestazione tenutasi all’Aquila il 16 giugno scorso (di cui quasi non s’è avuta notizia), ero insieme alle migliaia d’aquilani durante la manifestazione tenutasi a Roma il 7 luglio scorso (di cui per motivi non edificanti s’è avuta notizia), e sto scrivendo queste righe dall’Aquila, dove tuttora risiedo. Ciò credo mi legittimi a testimoniare in coscienza ciò che L’Aquila è divenuta nell’ultimo anno e mezzo.

Noi aquilani siamo stati gl’involontari – e sino ad ora almeno in parte inconsapevoli – protagonisti dell’apicale esplicitarsi della forza, dell’influenza e della capacità di distorsione che i massmedia hanno raggiunto in Italia. Un potere tanto più malefico quanto più subdolo, tanto più invincibile quanto più obliquo e, in definitiva, vile. Non posso definire in altro modo una divulgazione in larga parte scientemente mirata alla menzogna o, peggio ancora, all’uso strumentale del dramma. Un tradimento dei diritti non dirò già civili ma realmente e profondamente umani, e dunque un tradimento di tutti noi nella nostra integrità e nel nostro bisogno di giustizia e verità. Il travisamento più o meno clamoroso, da parte di non pochi organi informativi, della manifestazione romana del 7 luglio non è che l’ultimo tassello d’un puzzle che non saprei se chiamare diabolico o ridicolo – sempre che le due accezioni, superata una certa soglia, non si tocchino fino a combaciare.

Io c’ero il 7 luglio, ero a pochi metri dai poliziotti e dai carabinieri, mischiato ai miei concittadini, e nonostante abbia una coscienza lucida del Paese in cui vivo non ho potuto fare a meno d’amareggiarmi davanti a parecchi notiziari della sera e ad altrettanti giornali del mattino successivo. Mi sono sentito raggirato, ingannato e, se m’è consentito usare una parola forte, pugnalato. Come altrimenti dovrebbe reagire il libero cittadino d’una moderna democrazia se nel momento in cui manifesta i propri diritti alla vita la medesima democrazia fa finta di non intendere? Come deve reagire il libero cittadino d’una moderna democrazia se in questa democrazia non gli è consentito esporre le proprie urgenti necessità senza imbattersi in qualche corpo di guardia? Se il contatto con le autorità di tale moderna democrazia è sbarrato dai canali uditivi? Se la lontananza fisica è la regola cui sottoporre colui che ha qualcosa di pacifico ma fermo da obiettare? Mai come il 7 luglio scorso ho provato netta la sensazione d’una lontananza fatale fra l’individuo e l’autorità, d’uno iato doloroso fra noi in strada e loro dietro le persiane chiuse e irraggiungibili di Palazzo Chigi, Palazzo Grazioli e Palazzo Madama.

L’Aquila prima del sisma era una magnifica città che si reggeva su un’osmosi perfetta; il cuore pulsante della comunità era costituito dal centro storico, laddove si svolgeva il novantacinque per cento della vita sociale, laddove sorgevano gli esercizi commerciali, gli uffici, i bar, i ristoranti, le pizzerie, le trattorie, i pub, i gazebo, le piazze, i luoghi d’incontro, di svago, le manifestazioni culturali, il cinema, il teatro, le orchestre, laddove la gioventù del posto e quella universitaria trascorrevano il tempo libero così come le famiglie, i bambini, gli anziani. Questo centro era vasto; partendo dal parco del Castello Cinquecentesco si poteva camminare anche molto a lungo prima di sbucare fra i tigli della Villa Comunale oppure più giù ancora, sino allo sfogo d’erba e marmo della basilica di Santa Maria di Collemaggio e di Parco del Sole – e intanto attraversare il corso vecchio e quello nuovo, i Quattro Cantoni e i portici, e costeggiare Santa Maria Paganica e Piazza Palazzo, San Bernardino e Santa Giusta, Piazza Duomo e Costa Masciarelli, e poi gl’innumerevoli vicoli, gli angoli, i cortili, i campanili, le fontane, le piazzette, le chiese, i ritagli magici d’un tempo remoto giuntoci integro malgrado una storia travagliata.
Adesso è dato percorrere sia il corso vecchio che (da alcune settimane) quello nuovo, tramutatisi però in un budello lungo il quale le immagini dei fotografi, ferme a prima di quel 6 aprile 2009, sbiadiscono in un triste e metaforico addio, le vetrine sono cieche, i turisti armati di digitali e telecamere riprendono inesausti i brani sghembi della città in pezzi e gli aquilani, se li si incontra, li si sente parlare soltanto di prime e seconde case, zona rossa, mutui, appalti, permessi, documenti, affitti, autonome sistemazioni; e dove infine gli appelli della cittadinanza scritti su fogli volanti se ne stanno appesi alle transenne che circondano i ponteggi, simili a ergastolani con le dita fra le sbarre. Il resto? Tutto chiuso. Sepolto da milioni di tonnellate di macerie non ancora rimosse. Fradicio per il freddo e il caldo, il sole e la pioggia, la neve e l’afa. Tutto inchiavardato entro gigantesche assi d’acciaio. Incappucciato. Imprigionato. Impacchettato. Messo in sicurezza, così s’usa dire. Messo al sicuro.

Al cuore pulsante del centro storico rispondeva, in un contrappunto impeccabile per semplicità ed efficacia, la periferia; non particolarmente bella ma ordinata, non pulitissima ma dignitosa, non attraente ma tutt’altro che repellente; non minuscola ma nemmeno enorme, a misura d’uomo, tranquilla, screziata di verde, coi monti a sporgerle sopra come giganti benigni e curiosi. Ma ecco che lo svuotamento del centro storico s’è scagliato per l’appunto sulla periferia, tramutandola in quell’alveare confuso e alienante che sta diventando, che è già diventata; ecco il traffico impazzito, le code chilometriche, la dispersione dei servizi, le baracche sorgere ovunque (un’autentica epidemia di baracche) e ovunque strappare alla terra il metro quadro, il decimetro quadro pur d’affermare, in un malinteso e delirante rigurgito di vita: io ci sono. Mi trovate qua. Io sono qua.

E oltre questa nuova periferia – che intanto è divenuta centro – la periferia nuovissima, che poi è l’attuale vera periferia: c’è chi la chiama progetto case, chi moduli, chi (forse in maniera più appropriata) new town; consiste in diciannove nuclei lontani dalla città (ovvero dalla vecchia periferia divenuta centro) e l’uno dall’altro, privi di negozi e luoghi d’aggregazione, dove chi non ha la macchina si rimette agli orari degli autobus oppure si rassegna a trascorrere la giornata in un’abitazione non sua, fra gente che non conosce, ingannando il tempo come può un ospite coatto a scadenza indeterminata: un trapianto d’umanità in piena regola, che poteva e doveva essere mitigato nella quantità e accorciato nella durata. Dentro le new town vivono decine di migliaia di persone; ma laddove i numeri rappresentano per alcuni un vanto – l’intera società si va riducendo a numero, con quel che di gelido e feroce un concetto del genere implica – io vedo alcune incontestabili realtà: isolamento, alienazione, noia, depressione, rabbia, frustrazione, ansia, coazione, nevrosi. E’ chiaro che lo stupro urbanistico/geografico – per cui il centro è stato trasfuso in periferia e la periferia è stata trasfusa in un’ultra-periferia – comporta i suoi costi da un punto di vista squisitamente umano; una società non può prescindere dalla terra su cui si fonda, né dal metodo che durante i secoli ha elaborato per rapportarvisi; il coniuge, il migliore amico, i genitori, i parenti, i conoscenti, persino le facce vagamente note contribuiscono a impastare l’esistenza e la psiche di ciascuno di noi; e subito dopo ci sono i posti, il bar all’angolo, il panettiere, il barbiere di fiducia, il dentista, l’ottico, la tavola calda, la biblioteca dove si conobbe la tal persona, e la sala studio dove si conobbe la tal altra, e poi ancora il marciapiede dove si sono macinati chilometri e ore, la colonna dove ci s’appoggiava a fumare, e poi il portone, la banchina, il tratto di strada, il sampietrino, l’aria; anche i posti respirano, e l’aria d’un posto non è mai uguale all’aria d’un altro posto, né tanto meno all’aria di quel medesimo posto violentato, squarciato e poi trasferito, portato via di peso.

Un ultimo concetto mi preme sottolineare, mentre il Governo sta decidendo se ripristinare le tasse a carico degli aquilani al cento per cento già da adesso, e mentre il Capo di questo Governo continua a ribadire che all’Aquila è stato compiuto un miracolo mai avvenuto nella storia dei disastri naturali, che il peggio è alle spalle e le cose volgono al sereno, e mentre l’opposizione non sa far di meglio che tenere dietro al Capo di questo Governo sul medesimo terreno inconcludente, relativista e parolaio: il concetto di futuro. In una società globalizzata che corre sempre più veloce – anche se non per forza sempre più avanti – dove il lavoro si fa mobile e rapido e sommamente incerto e le relazioni si liquidano e polverizzano, mi rendo conto che una pretesa di futuro possa apparire quasi patetica. Per un esecutivo che innalza a proprio vessillo la bandiera dell’agire, il feticcio ambiguo ma ideologicamente robusto dell’efficacia questi sono concetti fumosi, addirittura fastidiosi; una specie di starnuto nel bel mezzo d’un devoto silenzio.
Qualche onorevole ha affermato in Parlamento che dovrebbero essere loro, i politici, a venire a protestare all’Aquila, dopo tutto quello che hanno fatto per noi e di cui noi non ci siamo nemmeno accorti. E’ sin troppo chiaro che chi parla così ragiona, ancora una volta, per numeri; ma i numeri al contrario di quel che si pensa sono corruttibili, è facile e comodo portarli dalla propria parte con un po’ di retorica, di faccia tosta e d’incoscienza. I numeri sono opinabili, specie quando figurano in mano a chi ce li fornisce. I numeri, in bocca a chi detiene il potere, possono benissimo tramutarsi in capricci. Allora io torno al concetto di futuro perché si tratta d’un concetto non monetizzabile né passibile di sondaggi, perché l’essere umano si nutre di futuro, perché l’essere umano deve poter dire a se stesso in ogni momento d’ogni santo giorno: domani farò questo, dopodomani tenterò quest’altro. Senza che tali auspici significhino un’automatica garanzia di successo, ma con la ragionevole speranza di poterli almeno declinare, di poterli pensare, d’averne il diritto.

All’Aquila il futuro non esiste più; al suo posto c’è un caos di burocrazia, imprecazioni, proteste, risentimenti e confusione. Le vecchie generazioni, sgomente e piombate in un brutto sogno difficile persino da raccontare, in un incubo appiccicoso e fangoso che nessuna parola e nessuna promessa può più lavar via, si rifugiano nel passato e paiono svanire come fantasmi; le nuove temono di dover cercare nella fuga una nuova possibilità che non le falci a mezzo; le nuovissime sbandano tra una difficile situazione scolastica e relazionale e una lunghissima fila di bar tirati su furiosamente lungo Via della Croce Rossa, una delle principali arterie di traffico diurno e notturno, piena di fari e fumo e clacson. Ci stiamo abituando a convivere con l’indistinto, il nebuloso, il si vedrà, il magari, il chissà; stiamo divenendo ontologicamente insicuri; noi siamo, nell’epoca del precariato, i precari per eccellenza; e la nostra colpa è misurabile al ragguardevole grado di 6,3 della scala Richter. Una società cosiddetta civile, una moderna democrazia ci sta spingendo sull’orlo d’un baratro esistenziale: non sapere non soltanto cosa sarà di noi ma neppure come, o perché, o per chi, o quando, o se. Perfino il Gran Sasso lassù mi pare che frema, al di sopra dei boschi, quando a sera scende il sole.

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#ViolenceInRome episodio 4

13 luglio 2010 at 08:49 (terremoto) (, , , , , , , , , , )

Cerrchiamo di capire chi sta spingendo chi…

“Spiccate denunce nei confonti di due partecipanti alla manifestazione a Roma del 7 Luglio.Si tratta di E.M. 39 anni(promotore) e di G.C. 26 anni, romano. Nei filmati del simpatico omino della Digos che ci riprendeva dalla camionetta risulterebbero altri 22 romani appartenenti a centri sociali”

Fatemi capire… quindi sti Aquilani sarebbero pure dei cretini, che oltre che cornuti e mazziati, si assumono anche responsabilità non loro?

Ma la dignità voi della Polizia dove l’avete persa? Pensate che ci sia ancora qualcuno che non conosce il metodo “Cossiga”?

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Diciamo NO

9 luglio 2010 at 13:30 (terremoto) (, , , , , , , , , , , , )

da libera informazione

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La mia Aquila di Elisa Gianola

22 giugno 2010 at 17:13 (terremoto) (, , , , , , , , , , , )

Elisa, fotografa padovana, mi ha accompagnata nel mio ultimo viaggio. Ora vi regala questo scritto, sperando di aprire un po’ gli occhi a chi a L’Aquila non è mai stato.

Monique

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Partendo per questo viaggio con Monique, non sapevo cosa mi sarei trovata davanti. E’ stato tutto così veloce, tutto senza pensare. Nel limbo in cui mi trovavo, sono praticamente scappata da Padova, qualche vestito in valigia, un po’ di soldi e via. L’Aquila, lo dico con tutta la sincerità possibile, era un ricordo. Il ricordo di giorni in cui tutta l’Italia e tutto il mondo avevano gli occhi puntati su un territorio completamente devastato dal terremoto. Una coscienza comune, così tollerante, così devota all’aiuto del prossimo. E tuttavia così lontana. La televisione, la radio, i giornali. Tutto mostrava l’orrore di un mondo diverso. Ognuno si è mobilitato per aiutare queste persone, ognuno aveva di che parlare, ognuno aveva le proprie lacrime, la propria commozione, la vicinanza e il supporto verso il disastro. Quella tristezza televisiva che ti seguiva giorno per giorno, che ognuno di noi aveva l’esigenza di vedere, curioso, demoralizzato, ora dopo ora, inquadratura dopo inquadratura. Donazioni, collette, solidarietà. Se potessi, se avessi. Quello che si poteva fare, da qui, si faceva. Ho pianto in quei giorni, come molti altri suppongo. Quello che si vedeva in televisione era un territorio in ginocchio, osservato da vicino. E come intermezzo esistevano solo le interviste, a questo e quel personaggio, politico, cantante. I funerali, le tombe, le tombe più piccole, i discorsi dello Stato.

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Per l’anno seguente tante parole, poche riprese. Tante parole, poche delle quali dalle bocche giuste. Le bocche che ti avrebbero detto quello che stava realmente succedendo.
Perché, dopo aver messo in ginocchio un popolo, sono state mozzate le gambe ai sopravvissuti. E questo l’ho visto, l’ho sentito raccontare. Non me l’ha detto nessuna televisione, nessun giornale. L’ho ascoltato dalle bocche dei terremotati, l’ho intuito dai loro sguardi, dal loro estenuante desiderio di sdrammatizzare.
Ho visto la disumanità. Ho visto qualcosa che non è arrivato fin qui. Ho visto qualcosa che non è stato mai preso in considerazione, dopo il terremoto.

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La dignità dell’uomo. Il valore dell’essere umano. La volontà di perseguire la vita normale. Non solo la sopravvivenza, ma la vita in quanto tale. Tutto questo per loro è stato un sogno che forse, solo dopo un anno, alcuni di loro, riesco a percepire nuovamente.
Io voglio raccontare la storia. La storia per come l’ho vista. In quanto tale. La storia di persone che hanno perso tutto. Il bene materiale, le loro città, i loro punti di ritrovo, i loro bar, le loro scuole, le loro chiese, i loro negozi. I loro parenti, vicini, familiari, amici. E sopra ogni cosa, la possibilità di rinascere.

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Perché scavando con le mani per recuperare cadaveri, perché spaccandosi la schiena montando le tende dei campi, perché cucinando per 50 persone tutti i giorni, perché accompagnando i sopravvissuti dentro le case pericolanti, rischiando la morte, per permettere di recuperare qualcosa, almeno qualcosa, della propria vita passata, perché grazie a tutto questo, io posso ancora parlare di umanità. Un’umanità di cui non mi vergogno, che posso esclamare serenamente. Questa è l’umanità. Dei volontari trattati loro stessi come bestie, come estranei, come persone pericolose, e che malgrado tutto hanno lottato con mani e denti per rimanere e dare una mano. Dei vigili del fuoco, che hanno costantemente messo a rischio le loro vite, ogni giorno. Degli stessi terremotati, di tutti quelli che hanno alzato la testa di fronte alle ingiustizie, ai campi-lager, alla prepotenza, al controllo. Di quelle persone che facevano ridere i bambini, di quei militari che cucinavano per tutti, che organizzavano karaoke e ridevano.

Ho visto un piccolo mondo, circoscritto, solo, diverso. Ho visto un mondo che secondo la televisione doveva essere come me. E invece non lo era.

La ricostruzione non esiste. L’Aquila è morta.
La ricostruzione è propaganda. I moduli abitativi provvisori sono propaganda. Le costosissime strutture per tenere in piedi i mattoni di una città fantasma, sono propaganda.

Ci sono persone che vivono nei container. Ci sono persone che vivono in baraccopoli ai margini delle strade. Ci sono persone che si sono costruite casette di legno di 10 mq se va bene, e che vivono lì magari in 5, o 6.
L’Aquila esiste in quanto postazione militare. Il centro storico è un grandissimo museo a cielo aperto. A breve toglieranno le transenne del centro e vi faranno pagare un biglietto per visitarla.
L’Aquila è Pompei. Le visite guidate, i racconti, le curiosità.

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Non vi dico questo con qualche scopo, politico, sociale o altro. Ve lo dico perché ci sono stata. Perché le mie foto lo testimoniano. Perché ti si rivolta lo stomaco entrando in una via, e poi un’altra, e un’altra ancora. C’è odore di morte. Ci sono intere pareti di case tenute assieme da una grossa barra di ferro. Le case, internamente, sono tutte puntellate con strutture di acciaio. Non ci sono muri, non ci sono palazzi che stanno in piedi da soli, ci sono case squarciate, interamente ricoperte da barre di legno. La sensazione è quella di voler tenere in piedi un cadavere con un evidente foro di proiettile in testa.

I militari, appostati alla fine dell’unica via agibile, proibiscono ai terremotati di entrarci. L’Aquila è rinata? No, non è l’Araba Fenice. Abbiamo sbagliato favola.

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Mi sono fatta raccontare le mille balle, le mille bugie, i mille aggiri del nostro governo. I moduli abitativi, i soldi stanziati, quelli buttati per costruire la strada di Obama e per il G8, i decreti “abracadabra”, gli sproloqui di quei politici che non hanno avuto neanche la decenza di alzare il culo dalle loro poltrone a Roma, e tanti altri abomini che Monique ha pazientemente raccolto con Terremoto09.

E quello che la televisione propagandistica ci ha fatto vedere, era teatro. Non ho mai avuto grande simpatia per Silvio Berlusconi, né per Bertolaso, per dirne un paio. Ho sempre cercato di capire come stanno realmente le cose. Vi dico solo questo, a prescindere dal vostro colore, se andrete all’Aquila, capirete da soli. Perché come mi ha detto Monique, tornando a Padova, finchè non guardi con i tuoi occhi, gli unici a cui credi veramente, non capirai mai perché certa gente dice certe cose. O perché alcuni, che non hanno piegato la testa, sono pronti a farsi arrestare, o a farsi pestare a sangue, pur di dire la verità.
Perché se voi visitate L’Aquila, un anno dopo, non potete aver dubbi. Perché se voi ascoltare le storie dei terremotati, non potete dimenticare. E non potrete girare canale. Non potrete passare oltre.
Capirete tante cose, ne scoprirete molte altre.

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Da bocche che sono state 3 mesi senza doccia nei campi della protezione civile. Di bambini che si sono visti portare via l’unico loro svago, una piscina gonfiabile, perché non era stata approvata dalla protezione civile. Di donne che avevano bisogno di un cerotto, di acqua ossigenata, di una pastiglia per il mal di testa, che si son viste portare via i pochissimi farmaci perché non erano autorizzati dalla protezione civile e da un medico. Queste persone, questi eroi, hanno sopportato cose possibili solo nei migliori lager. I volontari sono stati trattati come terroristi, schedati un milione di volte, allontanati dai campi, seguiti con intercettazioni ambientali.
Ci sono persone che hanno avuto il coraggio di parlare, facendolo davanti a un microfono. Queste persone sono state minacciate. Per aver detto la verità, è così che funziona, in Italia.

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Delle tante cose che ho scoperto in questo piccolo viaggio, ce n’è stata una che credo non dimenticherò mai. Il ruolo della protezione civile, sovra citata.
All’inizio neanche ci credevo. La PROTEZIONE CIVILE. Le parole in Italia sono la bugia più grande. Il POPOLO DELLA LIBERTA’. Pensateci. E farete il confronto. Libertà, protezione, queste parole hanno da tempo perso il loro significato.
La protezione civile è un organo direttamente controllato dal Presidente del Consiglio. I conflitti di direttive o ordini sono facilmente aggirabili. Questo particolare organo, all’Aquila, ha fatto il buono e il cattivo tempo. In questo caso, ha fatto tempesta. Il terremoto ha tolto le case agli Aquilani, la protezione civile ha tolto loro la dignità. Ho sentito tanti racconti, e vi giuro che sono in difficoltà a ripeterli. Queste persone, che spero non siano tutte uguali, sono state in grado di perseguire atteggiamenti non-umani.
Collegando le varie informazione ricevute, ti fai un’idea. La protezione civile, il Presidente del Consiglio, le aziende edilizie, la ricostruzione, la mafia in quanto tale, il denaro dei gratta&vinci, il famigerato progetto C.A.S.E., la propaganda e le bugie, il G8.

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Non traggo conclusioni pubblicamente. Lancio un appello. Un appello umano, per farvi andare tutti a vedere, coi vostri occhi. Andateci, partite con Monique o anche senza. Perché più vedrete, più parlerete, più la gente saprà. E’ importante. Non ci costa nulla. Noi, che abbiamo ancora un tetto sopra la testa, che abbiamo ancora tutti i nostri parenti, che abbiamo ancora qualche soldo in tasca, che abbiamo ancora voce, perché non l’abbiamo persa tra le lacrime. Noi, abbiamo il dovere e il diritto di fare una semplice cosa: PARLARE. Le bugie si sconfiggono assieme, uniti, la visione che non puoi cancellare, l’idea che non puoi mettere a tacere, lo scempio che non puoi ignorare. Assieme, semplicemente parlando.
Andate all’Aquila, nelle cittadine limitrofe, scattate foto, scrivete articoli, commenti, usate i vostri blog, fatevi sentire. Io vi assicuro, chi visita quei luoghi, chi parla con quelle persone, non può dimenticare.
Non facciamo il grande errore di dimenticarci di 80.000 persone perché la televisione non ne parla. Non diamo potere al Grande Fratello. Non permettiamolo.

Grazie

Elisa Gianola

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Striscia la notizia, la voce della falsità e dell’ipocrisia!

21 settembre 2009 at 21:49 (terremoto) (, , )

In questo momento non ho molte parole, ma sono piena di parolacce. Ho appena visto la prima puntata di Striscia La Notizia. Già dalla presentazione, durante il TG5, si preannunciavano servizi di fuoco sul terremoto in Abruzzo (quando cominceremo a chiamarlo de L’Aquila?).

Il servizio si apre con un remake del terremoto in Umbria, la consegna dei primi container e Striscia La Notizia che, da vero paladino della giustizia, fa vedere quanto quel servizio della RAI fosse falsificato, mostrando container ancora senza arredi ed intervistando la signora, destinataria del primo alloggio, che conferma che in realtà prenderà possesso del container in seguito perchè ci sono lavori da ultimare.

Ho pensato che, a quel punto, avrebbero fatto vedere quello che è successo ad Onna il 15 settembre… è successa la stessa identica cosa. Il Premier ha consegnato una casetta, non ancora ultimata, intorno alla quale era stato steso un finto prato e nella quale gli abitanti non sono ancora entrati. Ah, dettaglio non irrilevante, ha consegnato una casetta per la quale non ha alcun merito.

Invece no.

Fine del servizio, solo un appello agli ascoltatori ad inviare le loro storie… Sono io che sono scema? Ho letto solo io tutti i quotidiani, i blog, i social network che parlavano di questo scempio?

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Qui sono subentrate le parolacce. Ho parlato personalmente con Jacqueline, che ha contattato Striscia La Notizia la scorsa settimana. Questi sono andati a San Gregorio e, su un’intera videocassetta, le hanno riservato ben 1 minuto e 10 secondi… Un minuto per parlarvi della storia che noi vi abbiamo raccontato e poi, oggi, pochi giorni dopo, tutto questo è già stato cestinato e per parlare di terremoto bisogna riesumare filmati del 1997

Sono schifata.

Monique

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Riflessioni post Vespa

16 settembre 2009 at 19:21 (terremoto) (, , , , , , )

Dopo la puntata di Porta a Porta di ieri, tiro le somme. Mi aspettavo più spazio dedicato al terremoto dell’Abruzzo, in realtà la trasmissione è stata una cavalcata auto celebrativa di Berlusconi, inframmezzata da varie invettive contro questo o quello spauracchio.

Io comunque parlerò di ciò che riguarda il terremoto.

Inizialmente viene mostrato un sopralluogo di Berlusconi e dell’ingegner Calvi, l’ingegnere che ha progettato gli isolatori sismici, al cantiere C.A.S.E. di Bazzano (AQ), a 5 km da L’Aquila dicono, in realtà sono una decina. Berlusconi spiega che le case saranno consegnate il 29 settembre a 2500 persone, e le successive consegne verranno effettuate di 15 giorni in 15 giorni, coinvolgendo 3000 persone ogni volta, concludendo il tutto per l’inizio di dicembre. Alla fine si prevede di dare casa a 34-35000 persone.

Calvi parla di esperienza unica di isolamento sismico, per la sua concentrazione di isolatori, vengono a vederlo da fuori dice Vespa, e Calvi incalza dicendo che è considerata un’opera impossibile unica al mondo, il cantiere più grande del mondo sottolinea Berlusconi. Sarà.

Berlusconi loda l’aspetto non artefatto delle CASE di Bazzano, la sensazione non è di un quartiere costruito tutto assieme in stile “dormitorio”, secondo lui, poi illustra i pregi dei mobili interni, anche il design. Il costo per mq delle C.A.S.E., spiega Calvi, è 2400 euro, comprensivo di ogni cosa, tasse, arredi, strade, verde, etc. “Tutti vorremmo vivere in case come queste”, garantisce.

Vespa chiede a Berlusconi che cosa ne pensa delle critiche sulla sua “autocelebrazione”: Berlusconi conferma che ci sarà una casa per 30000 persone entro fine anno, ed entro fine mese tutte le tendopoli saranno chiuse. Dice anche che fra le opzioni offerte c’è anche quella di andare ad abitare in villette mono o bifamiliari, non solo appartamenti. Parla anche di una sovvenzione di 600 euro al mese per chi vuole andare a vivere in affitto in un appartamento scelto da sé. Spero non in ritardo come la sovvenzione a cui hanno diritto gli sfollati.

Viene presentato Bertolaso: Vespa gli chiede se ci sarà ancora gente negli alberghi, al chè lui risponde che, “può essere”. Inoltre Bertolaso sostiene che entro fine anno saranno realizzate tutte le case antisismiche e tutte le villette di legno. Bertolaso parla anche di un accordo con Fintecna e alcune banche per affittare appartamenti liberi. Altri appartamenti liberi sono stati censiti e potrebbero essere requisiti per essere affittati agli sfollati. Mi chiedo con che modalità avverrà questa requisizione: sono poco ottimista visto come hanno gestito gli espropri dei terreni.

Arriva il momento del servizio su Onna: come temevamo, non traspare a dovere il fatto che la provincia di Trento e la CRI hanno fatto il lavoro a Onna, c’è solo una breve intervista a Dellai, il presidente della provincia di Trento, e una menzione. Ci sono interviste commosse alle persone, giustamente felici per aver finalmente avuto un tetto sulla testa, ce ne sono tante. Il messaggio è quello trionfalistico che si temeva. Sono ville, non casette di legno, sottolinea inoltre Berlusconi.

I toni trionfalistici sono ovunque. Semplicemente ovunque. Si usano aggettivi come fantastico, eccezionale, inedito, ottimo.

Segue un servizio sul centro storico de L’Aquila: gli edifici lesionati al punto di rischiare l’abbattimento sono l’80%, dice il sindaco Cialente. E’ una cifra mostruosa, su cui si è sempre cercato di rintuzzare, ricordo che si parlava del 50% tempo fa.

Berlusconi poi sostiene che nel giro di 5-10 anni sarà tutto ricostruito. Staremo a vedere.

Comunque, parliamoci chiaro: solo un’ipocrita potrebbe dispiacersi del fatto che gli aquilani stanno iniziando ad avere un tetto sulla testa. Quello che non passa è quello che sta attorno al messaggio, ormai sparato a reti unificate, che LE CASE SONO PRONTE. Il resto è una serie di problematiche per niente irrilevanti, di cui ci siamo occupati fin dall’inizio in questo blog. In questo caso particolare si tratta di dover assistere ad un’ignobile passerella promozionale del premier. Ma i problemi su cui ancora ci interroghiamo sono molti, relativi alla ricostruzione, alla rinascita socio-economica, alle mancate messe in sicurezza delle case, ai contributi in ritardo. Inutile fare finta che non ci siano. Noi in prima persona abbiamo riscontrato questi problemi e siamo state fatte oggetto di intimidazioni e di minacce per averne parlato, da più parti. Questo dovrebbe farvi suonare un campanello d’allarme nella testa.

Chiudo con questo video di IK Produzioni, che illustra molto bene il clima che abbiamo respirato… la frase, “sono solo un esecutore”, tanto quanto quella, “eseguo solo degli ordini”, mi fa venire il voltastomaco ormai. E capisco molto bene il fastidio di questi giornalisti, la scorta armata ce l’abbiamo avuta anche noi.

Interessante anche questo video sullo sgombero del campo di Piazza d’Armi.

P.S. La raccolta fondi per il container bagno è a buon punto, ma il traguardo non è stato raggiunto! Ricordiamo che per donare bisogna cliccare sul tasto di Paypal sulla destra, oppure contattarci via mail per concordare un pagamento alternativo 🙂

Marta

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Le finte CASE di Berlusconi

14 settembre 2009 at 11:45 (terremoto) (, , , , , , )

Arriviamo un giorno in anticipo a rivelare una grandiosa, nuova, bufala del vostro Premier. Domani sera, a porta a porta, si consumerà la proclamazione dell’eroe Berlusconi davanti a milioni di italiani. La dimostrazione del fatto che lui non mente, ha promesso case a settembre e case saranno. Sarà ad Onna a consegnare le chiavi agli abitanti…

Palle!

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Le casette di Onna, un grazioso villaggio in legno come se ne vedono spesso nel nord Italia, è un dono fatto dalla provincia di Trento al paese di Onna. Il Premier c’entra meno di nulla, anzi, grazie a lui e alla Protezione Civile quelle casette hanno girato mezza provincia de L’Aquila prima di trovare una collocazione e avrebbero potuto essere pronte un mese fa.
Sono schifata da questo tipo di strumentalizzazione della realtà, spero e mi auguro che gli abitanti di Onna non si prestino a questo sporco gioco, ma sospetto che a loro non verrà detto nulla, saranno solo “graziati” dalla consegna di ciò che è loro dovuto.

Vi invito a spargere immediatamente la voce, con ogni mezzo. Basta farsi prendere per il culo da un ducetto malato di protagonismo e dai suoi schiavi.

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Riparliamo un po’ di Onna

18 agosto 2009 at 22:37 (terremoto) (, , )

Perchè riparlare di Onna? Innanzi tutto perchè ho deciso, dopo lunga riflessione, che tutti hanno il diritto di vederne le foto, le abbiamo fatte con il massimo rispetto per il luogo e, in seconda battuta, perchè sono testimonianza diretta di tante cose che andiamo dicendo. Intanto vediamole:

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Avete notato? C’è una sola cosa, a parte il passaggio iniziale per poter entrare in paese, che è stata puntellata, ovvero la chiesa del paese, o meglio, quel che resta della stessa. Le case non sono state toccate. Nè quelle distrutte, sulle quali poco si può fare, nè quelle che sono ancora in piedi, magari appoggiate a case che crolleranno a breve.

In ogni paese che abbiamo visitato la situazione è la stessa. Case che sarebbero anche agibili, o agibili con pochi lavori, rischiano, da un momento all’altro, di crollare sotto l’ennesima vibrazione del terreno. Capiamo perfettamente la problematica del patrimonio storico da salvare, ma ci chiediamo se sia vero che le case non siano altrettanto importanti.

Il centro storico de L’Aquila, tutta la zona all’interno delle mura, è nelle stesse condizioni, completamente devastato, non puntellato, a continuo rischio di ulteriori crolli. Ci hanno detto che, il 22 giugno, dopo la scossa di magnitudo 4.7, non era cambiato nulla, non c’erano stati crolli: hanno mentito.

Vi lasciamo a questa riflessione con la foto dell’unica cosa che il nostro amico Veronel è riuscito a recuperare dalla sua casa ad Onna, un caro ricordo ha detto, magari chi glielo ha regalato ci legge e sarà felice di saperlo.

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Ringraziamo Vito e Luca, e i loro colleghi vigili del fuoco di Roma, che ci hanno accolto e accompagnato a Onna, speriamo vi sia piaciuta la cena che vi abbiamo preparato quella sera

Vi ricordiamo il bottoncino di Paypal sulla barra a destra… dateci una mano a comprare un container bagno.

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Onna

1 giugno 2009 at 19:01 (terremoto) (, , )

Siamo andati ad Onna e, per la prima volta da quando sono giunta in questo luogo devastato, sono rimasta senza parole. Ci accompagnava un ragazzo del posto, Veronel, che ha perso la casa e tanti amici quella notte. Ci ha mostrato la sua auto distrutta, la sua casa, che non esiste più. Ci ha parlato del piccolo di soli 3 mesi morto a pochi passi da casa sua. Ha parlato con la voce rotta e il respiro sempre più pesante finchè abbiamo deciso di fermarci e non andare oltre. Onna parla da sola.
Parlano le sue case smembrate, quando non completamente implose. Parlano i suoi morti e le loro voci sono udibili a chiunque abbia il cuore di ascoltarle. Davanti ad una casa smembrata, un bagno completamente esposto con ancora gli asciugamani appesi, mi si è mozzato il respiro.
Si potrebbe scrivere molto di Onna, delle sue case con i mattoni tenuti insieme con la terra, delle villette nuove in cemento distrutte o di quella in cemento che non ha subito alcun danno. Sarebbero comunque parole vuote di fronte a quello che è successo e non credo di aver voglia di scrivere ora.

Lascio che a parlare siano le immagini…

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