Non vuoi andare nelle C.A.S.E. o nei M.A.P.? Dì addio al contributo per l’autonoma sistemazione

16 gennaio 2012 at 21:13 (terremoto) (, , , , , , )

Il titolo dovrebbe essere abbastanza chiaro: siamo di fronte all’ennesimo schiaffo agli Aquilani.

O vai al progetto case (Map, fondo immobiliare) o rinunci al Cas. Era nell’aria un provvedimento che tendesse a tagliare i costi dell’assistenza alla popolazione. Il must al risparmio è arrivato da Roma e l’Sge ha ubbidito. Nel suo “ultimo atto” prima di restituire le competenze dell’assistenza alla popolazione al Comune dell’Aquila il commissario vicario, Antonio Cicchetti ha sottoscritto una direttiva datata 16 gennaio che sostanzialmente prevede gradualmente l’eliminazione del Cas per tutti i beneficiari, in luogo del quale sarà offerto un alloggio di progetto Case o Map.

Sempre meno soldi, sempre meno libertà.

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“Tutti hanno una casa”

10 aprile 2011 at 20:33 (terremoto) (, , , , , , , , , , )

Veniamo a conoscenza, tramite un articolo di Giornalettismo, dell’ennesima sparata di chi parla, nella migliore delle ipotesi, facendo sfoggio della peggiore ignoranza: Aldo Forbice, nella trasmissione Zapping di Radio Uno, raccoglie lo sfogo di un terremotato dell’Irpinia, e da lì si innesca la sua riflessione.

Riporto la parte significativa della conversazione, che si può trovare qui:

Ascoltatore: “Si tratta solo di una cosa, noto una certa irriconoscenza da parte degli aquilani e dei terremotati del Friuli, in quanto che loro hanno avuto a differenza di noi, […] molti amici miei sono rimasti in delle topaie, dico topaie, container, per quasi venti anni. Ecco, noto questa grande differenza fra come sono stati aiutati loro, e in più a ogni piè sospinto Cialente il sindaco e altri politici poi protestano dopo aver avuto anche la cartaigienica nei gabinetti.”
Qui Forbice lo interrompe, e commenta: “Io penso che per la questione del terremoto ci siano state un po di strumentalizzazioni politiche. E’ vero quel che dice il nostro ascoltatore, tutti hanno avuto la casa dopo 3-4 mesi, chi non ha avuto la casa, pochissimi, sono ancora in albergo: le case ce le hanno. Certo il centro storico di un’antichissima città non si può pensare di ricostruirlo in pochi mesi e tantomeno in due anni, anche perchè i fondi ci sono, contrariamente a quanto si dice, però non si riescono a spendere facilmente per una città antica come quella, ci vorrà del tempo, e di questo dovremmo essere consapevoli tutti perchè le proteste con le carriole o di altro tipo sono solo operazioni strumentalizzate politicamente ma che poi non servono a nulla.”

Insomma, si inizia con la “guerra fra poveri”, propugnata da chi parla senza sapere nulla dell’argomento, per poi finire con una serie di constatazioni che di oggettivo hanno ben poco. Potremmo proporre a Forbice di venire a fare un giro dell’aquilano con noi, per mostrargli che ci sono ancora migliaia di persone che abitano in roulotte, camion riadattati e pollai da cui hanno sfrattato le galline… magari la prossima volta ci pensa due volte prima di aprire bocca.

Ricordiamo, ancora una volta, i numeri, che parlano da soli: su 79000 sfollati, solo 15000 vivono nelle C.A.S.E. e meno di 5000 nei M.A.P. E gli altri? Si arrangiano…

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Cos’è L’Aquila oggi di Enrico Macioci

13 luglio 2010 at 18:32 (terremoto) (, , , , , , , , , , , , )

La testimonianza di chi L’Aquila la vive dall’interno. Ringraziamo NazioneIndiana per averci permesso di pubblicare anche qui.

Sono nato all’Aquila 35 anni fa, ho sempre vissuto all’Aquila, ero all’Aquila alle 3,32 del 6 aprile 2009, ero insieme all’oceano d’aquilani durante la manifestazione tenutasi all’Aquila il 16 giugno scorso (di cui quasi non s’è avuta notizia), ero insieme alle migliaia d’aquilani durante la manifestazione tenutasi a Roma il 7 luglio scorso (di cui per motivi non edificanti s’è avuta notizia), e sto scrivendo queste righe dall’Aquila, dove tuttora risiedo. Ciò credo mi legittimi a testimoniare in coscienza ciò che L’Aquila è divenuta nell’ultimo anno e mezzo.

Noi aquilani siamo stati gl’involontari – e sino ad ora almeno in parte inconsapevoli – protagonisti dell’apicale esplicitarsi della forza, dell’influenza e della capacità di distorsione che i massmedia hanno raggiunto in Italia. Un potere tanto più malefico quanto più subdolo, tanto più invincibile quanto più obliquo e, in definitiva, vile. Non posso definire in altro modo una divulgazione in larga parte scientemente mirata alla menzogna o, peggio ancora, all’uso strumentale del dramma. Un tradimento dei diritti non dirò già civili ma realmente e profondamente umani, e dunque un tradimento di tutti noi nella nostra integrità e nel nostro bisogno di giustizia e verità. Il travisamento più o meno clamoroso, da parte di non pochi organi informativi, della manifestazione romana del 7 luglio non è che l’ultimo tassello d’un puzzle che non saprei se chiamare diabolico o ridicolo – sempre che le due accezioni, superata una certa soglia, non si tocchino fino a combaciare.

Io c’ero il 7 luglio, ero a pochi metri dai poliziotti e dai carabinieri, mischiato ai miei concittadini, e nonostante abbia una coscienza lucida del Paese in cui vivo non ho potuto fare a meno d’amareggiarmi davanti a parecchi notiziari della sera e ad altrettanti giornali del mattino successivo. Mi sono sentito raggirato, ingannato e, se m’è consentito usare una parola forte, pugnalato. Come altrimenti dovrebbe reagire il libero cittadino d’una moderna democrazia se nel momento in cui manifesta i propri diritti alla vita la medesima democrazia fa finta di non intendere? Come deve reagire il libero cittadino d’una moderna democrazia se in questa democrazia non gli è consentito esporre le proprie urgenti necessità senza imbattersi in qualche corpo di guardia? Se il contatto con le autorità di tale moderna democrazia è sbarrato dai canali uditivi? Se la lontananza fisica è la regola cui sottoporre colui che ha qualcosa di pacifico ma fermo da obiettare? Mai come il 7 luglio scorso ho provato netta la sensazione d’una lontananza fatale fra l’individuo e l’autorità, d’uno iato doloroso fra noi in strada e loro dietro le persiane chiuse e irraggiungibili di Palazzo Chigi, Palazzo Grazioli e Palazzo Madama.

L’Aquila prima del sisma era una magnifica città che si reggeva su un’osmosi perfetta; il cuore pulsante della comunità era costituito dal centro storico, laddove si svolgeva il novantacinque per cento della vita sociale, laddove sorgevano gli esercizi commerciali, gli uffici, i bar, i ristoranti, le pizzerie, le trattorie, i pub, i gazebo, le piazze, i luoghi d’incontro, di svago, le manifestazioni culturali, il cinema, il teatro, le orchestre, laddove la gioventù del posto e quella universitaria trascorrevano il tempo libero così come le famiglie, i bambini, gli anziani. Questo centro era vasto; partendo dal parco del Castello Cinquecentesco si poteva camminare anche molto a lungo prima di sbucare fra i tigli della Villa Comunale oppure più giù ancora, sino allo sfogo d’erba e marmo della basilica di Santa Maria di Collemaggio e di Parco del Sole – e intanto attraversare il corso vecchio e quello nuovo, i Quattro Cantoni e i portici, e costeggiare Santa Maria Paganica e Piazza Palazzo, San Bernardino e Santa Giusta, Piazza Duomo e Costa Masciarelli, e poi gl’innumerevoli vicoli, gli angoli, i cortili, i campanili, le fontane, le piazzette, le chiese, i ritagli magici d’un tempo remoto giuntoci integro malgrado una storia travagliata.
Adesso è dato percorrere sia il corso vecchio che (da alcune settimane) quello nuovo, tramutatisi però in un budello lungo il quale le immagini dei fotografi, ferme a prima di quel 6 aprile 2009, sbiadiscono in un triste e metaforico addio, le vetrine sono cieche, i turisti armati di digitali e telecamere riprendono inesausti i brani sghembi della città in pezzi e gli aquilani, se li si incontra, li si sente parlare soltanto di prime e seconde case, zona rossa, mutui, appalti, permessi, documenti, affitti, autonome sistemazioni; e dove infine gli appelli della cittadinanza scritti su fogli volanti se ne stanno appesi alle transenne che circondano i ponteggi, simili a ergastolani con le dita fra le sbarre. Il resto? Tutto chiuso. Sepolto da milioni di tonnellate di macerie non ancora rimosse. Fradicio per il freddo e il caldo, il sole e la pioggia, la neve e l’afa. Tutto inchiavardato entro gigantesche assi d’acciaio. Incappucciato. Imprigionato. Impacchettato. Messo in sicurezza, così s’usa dire. Messo al sicuro.

Al cuore pulsante del centro storico rispondeva, in un contrappunto impeccabile per semplicità ed efficacia, la periferia; non particolarmente bella ma ordinata, non pulitissima ma dignitosa, non attraente ma tutt’altro che repellente; non minuscola ma nemmeno enorme, a misura d’uomo, tranquilla, screziata di verde, coi monti a sporgerle sopra come giganti benigni e curiosi. Ma ecco che lo svuotamento del centro storico s’è scagliato per l’appunto sulla periferia, tramutandola in quell’alveare confuso e alienante che sta diventando, che è già diventata; ecco il traffico impazzito, le code chilometriche, la dispersione dei servizi, le baracche sorgere ovunque (un’autentica epidemia di baracche) e ovunque strappare alla terra il metro quadro, il decimetro quadro pur d’affermare, in un malinteso e delirante rigurgito di vita: io ci sono. Mi trovate qua. Io sono qua.

E oltre questa nuova periferia – che intanto è divenuta centro – la periferia nuovissima, che poi è l’attuale vera periferia: c’è chi la chiama progetto case, chi moduli, chi (forse in maniera più appropriata) new town; consiste in diciannove nuclei lontani dalla città (ovvero dalla vecchia periferia divenuta centro) e l’uno dall’altro, privi di negozi e luoghi d’aggregazione, dove chi non ha la macchina si rimette agli orari degli autobus oppure si rassegna a trascorrere la giornata in un’abitazione non sua, fra gente che non conosce, ingannando il tempo come può un ospite coatto a scadenza indeterminata: un trapianto d’umanità in piena regola, che poteva e doveva essere mitigato nella quantità e accorciato nella durata. Dentro le new town vivono decine di migliaia di persone; ma laddove i numeri rappresentano per alcuni un vanto – l’intera società si va riducendo a numero, con quel che di gelido e feroce un concetto del genere implica – io vedo alcune incontestabili realtà: isolamento, alienazione, noia, depressione, rabbia, frustrazione, ansia, coazione, nevrosi. E’ chiaro che lo stupro urbanistico/geografico – per cui il centro è stato trasfuso in periferia e la periferia è stata trasfusa in un’ultra-periferia – comporta i suoi costi da un punto di vista squisitamente umano; una società non può prescindere dalla terra su cui si fonda, né dal metodo che durante i secoli ha elaborato per rapportarvisi; il coniuge, il migliore amico, i genitori, i parenti, i conoscenti, persino le facce vagamente note contribuiscono a impastare l’esistenza e la psiche di ciascuno di noi; e subito dopo ci sono i posti, il bar all’angolo, il panettiere, il barbiere di fiducia, il dentista, l’ottico, la tavola calda, la biblioteca dove si conobbe la tal persona, e la sala studio dove si conobbe la tal altra, e poi ancora il marciapiede dove si sono macinati chilometri e ore, la colonna dove ci s’appoggiava a fumare, e poi il portone, la banchina, il tratto di strada, il sampietrino, l’aria; anche i posti respirano, e l’aria d’un posto non è mai uguale all’aria d’un altro posto, né tanto meno all’aria di quel medesimo posto violentato, squarciato e poi trasferito, portato via di peso.

Un ultimo concetto mi preme sottolineare, mentre il Governo sta decidendo se ripristinare le tasse a carico degli aquilani al cento per cento già da adesso, e mentre il Capo di questo Governo continua a ribadire che all’Aquila è stato compiuto un miracolo mai avvenuto nella storia dei disastri naturali, che il peggio è alle spalle e le cose volgono al sereno, e mentre l’opposizione non sa far di meglio che tenere dietro al Capo di questo Governo sul medesimo terreno inconcludente, relativista e parolaio: il concetto di futuro. In una società globalizzata che corre sempre più veloce – anche se non per forza sempre più avanti – dove il lavoro si fa mobile e rapido e sommamente incerto e le relazioni si liquidano e polverizzano, mi rendo conto che una pretesa di futuro possa apparire quasi patetica. Per un esecutivo che innalza a proprio vessillo la bandiera dell’agire, il feticcio ambiguo ma ideologicamente robusto dell’efficacia questi sono concetti fumosi, addirittura fastidiosi; una specie di starnuto nel bel mezzo d’un devoto silenzio.
Qualche onorevole ha affermato in Parlamento che dovrebbero essere loro, i politici, a venire a protestare all’Aquila, dopo tutto quello che hanno fatto per noi e di cui noi non ci siamo nemmeno accorti. E’ sin troppo chiaro che chi parla così ragiona, ancora una volta, per numeri; ma i numeri al contrario di quel che si pensa sono corruttibili, è facile e comodo portarli dalla propria parte con un po’ di retorica, di faccia tosta e d’incoscienza. I numeri sono opinabili, specie quando figurano in mano a chi ce li fornisce. I numeri, in bocca a chi detiene il potere, possono benissimo tramutarsi in capricci. Allora io torno al concetto di futuro perché si tratta d’un concetto non monetizzabile né passibile di sondaggi, perché l’essere umano si nutre di futuro, perché l’essere umano deve poter dire a se stesso in ogni momento d’ogni santo giorno: domani farò questo, dopodomani tenterò quest’altro. Senza che tali auspici significhino un’automatica garanzia di successo, ma con la ragionevole speranza di poterli almeno declinare, di poterli pensare, d’averne il diritto.

All’Aquila il futuro non esiste più; al suo posto c’è un caos di burocrazia, imprecazioni, proteste, risentimenti e confusione. Le vecchie generazioni, sgomente e piombate in un brutto sogno difficile persino da raccontare, in un incubo appiccicoso e fangoso che nessuna parola e nessuna promessa può più lavar via, si rifugiano nel passato e paiono svanire come fantasmi; le nuove temono di dover cercare nella fuga una nuova possibilità che non le falci a mezzo; le nuovissime sbandano tra una difficile situazione scolastica e relazionale e una lunghissima fila di bar tirati su furiosamente lungo Via della Croce Rossa, una delle principali arterie di traffico diurno e notturno, piena di fari e fumo e clacson. Ci stiamo abituando a convivere con l’indistinto, il nebuloso, il si vedrà, il magari, il chissà; stiamo divenendo ontologicamente insicuri; noi siamo, nell’epoca del precariato, i precari per eccellenza; e la nostra colpa è misurabile al ragguardevole grado di 6,3 della scala Richter. Una società cosiddetta civile, una moderna democrazia ci sta spingendo sull’orlo d’un baratro esistenziale: non sapere non soltanto cosa sarà di noi ma neppure come, o perché, o per chi, o quando, o se. Perfino il Gran Sasso lassù mi pare che frema, al di sopra dei boschi, quando a sera scende il sole.

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Considerazioni a margine

24 giugno 2010 at 18:44 (terremoto) (, , , , , )

Hermans, abruzzese, ha accompagnato Elisa e Monique nel loro viaggio e ci regala le sue emozioni:

Ieri mi ero portato la Moleskine ®, quella dove all’inizio di questo 2010 avevo cominciato a riprendere l’abitudine a scrivere e poi, invece, le pagine si sono trasformate in disegni in guerra contro le parole.
Ma, di mettere nero su bianco qualcosa, non avevo nessuna voglia. Solo che, conoscendomi, alla fine qualche considerazione sulla giornata passata in compagnia di Monique ed Elisa sarebbe comunque venuta a bussarmi dentro.

Ne scriverò solo alcune, come se mi appropriassi per un attimo del margine del blocco degli appunti di viaggio in Abruzzo di Monique e Elisa.
Parto dalla fine, dalla notte che ci ha avvolto colle linee grasse e grigie delle nuvole all’orizzonte, eppure filtrava sotto del rosso, sgusciava ostinato tra le ferite notturne.
Parto dal vento che è venuto a scuotere un po’ le piante che facevano da cornice alla nostra cena a Lucoli prima di ripartire.
Parto dall’affetto che le persone hanno dimostrato nel rivedere Monique e dalla luce nei suoi occhi mentre riceveva ed elargiva abbracci.
Questa donna testona e così particolare, deve avere un cuore troppo grande altrimenti non me lo spiego come abbia fatto a donarne un pezzetto a tutte le persone che abbiamo incontrato.
Parto dall’odore delle mie montagne che non sentivo da troppo tempo, dalla cucciolotta che tenevo in braccio e da quella rara leggerezza della mente, senza nemmeno un sassolino dentro a dar fastidio.

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Parto dal gomitolo di impressioni mentre si camminava tra le case fantasma, c’erano tante rose con i boccioli sorridenti, piantine su balconi lontani in mezzo alle macerie, piantine ostinate a non morire.
Parto dalle emozioni che Elisa non riusciva a trattenere ogni volta che puntava l’obiettivo per catturare ambienti quotidiani immobilizzanti nel tempo e feriti dal terremoto, così scossa da “volerla” fermare un attimo per abbracciarla al di là del vetro e dirle tranquilla.

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Parto dalle frasi in dialetto, catturate casualmente per strada o in un bar, che raccontavano delle scosse di due giorni prima che avevano risputato fuori le stesse lesioni appena curate con reti elettrosaldate e infiltrazioni di resina, della paura dell’abitudine che porta lentamente a non saper più riconoscere la scossa innocua da quella mortale.
Parto dal silenzio innaturale dei moduli casa, dove, per cercare di capire se c’è davvero vita umana, gli occhi devono affidarsi alle auto parcheggiate e a qualche panno steso ad asciugare.

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Parto dai terremotati che ancora si domandano il perché di certi assurdi comportamenti e di certe inspiegabili gelosie manifestate dalla Protezione Civile che sembrano il frutto più della volontà di emergere, fino al punto di spersonalizzare cittadini liberi già traumatizzati dal sisma, che di aiutarli a riprendersi.
Parto con la mente a penetrare tante sfumature di un giorno e mi restano troppe cose dentro, è finito il margine così le riflessioni proseguiranno dentro l’anima.

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Trovate Hermans qui, qui e anche qui.

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La mia Aquila di Elisa Gianola

22 giugno 2010 at 17:13 (terremoto) (, , , , , , , , , , , )

Elisa, fotografa padovana, mi ha accompagnata nel mio ultimo viaggio. Ora vi regala questo scritto, sperando di aprire un po’ gli occhi a chi a L’Aquila non è mai stato.

Monique

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Partendo per questo viaggio con Monique, non sapevo cosa mi sarei trovata davanti. E’ stato tutto così veloce, tutto senza pensare. Nel limbo in cui mi trovavo, sono praticamente scappata da Padova, qualche vestito in valigia, un po’ di soldi e via. L’Aquila, lo dico con tutta la sincerità possibile, era un ricordo. Il ricordo di giorni in cui tutta l’Italia e tutto il mondo avevano gli occhi puntati su un territorio completamente devastato dal terremoto. Una coscienza comune, così tollerante, così devota all’aiuto del prossimo. E tuttavia così lontana. La televisione, la radio, i giornali. Tutto mostrava l’orrore di un mondo diverso. Ognuno si è mobilitato per aiutare queste persone, ognuno aveva di che parlare, ognuno aveva le proprie lacrime, la propria commozione, la vicinanza e il supporto verso il disastro. Quella tristezza televisiva che ti seguiva giorno per giorno, che ognuno di noi aveva l’esigenza di vedere, curioso, demoralizzato, ora dopo ora, inquadratura dopo inquadratura. Donazioni, collette, solidarietà. Se potessi, se avessi. Quello che si poteva fare, da qui, si faceva. Ho pianto in quei giorni, come molti altri suppongo. Quello che si vedeva in televisione era un territorio in ginocchio, osservato da vicino. E come intermezzo esistevano solo le interviste, a questo e quel personaggio, politico, cantante. I funerali, le tombe, le tombe più piccole, i discorsi dello Stato.

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Per l’anno seguente tante parole, poche riprese. Tante parole, poche delle quali dalle bocche giuste. Le bocche che ti avrebbero detto quello che stava realmente succedendo.
Perché, dopo aver messo in ginocchio un popolo, sono state mozzate le gambe ai sopravvissuti. E questo l’ho visto, l’ho sentito raccontare. Non me l’ha detto nessuna televisione, nessun giornale. L’ho ascoltato dalle bocche dei terremotati, l’ho intuito dai loro sguardi, dal loro estenuante desiderio di sdrammatizzare.
Ho visto la disumanità. Ho visto qualcosa che non è arrivato fin qui. Ho visto qualcosa che non è stato mai preso in considerazione, dopo il terremoto.

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La dignità dell’uomo. Il valore dell’essere umano. La volontà di perseguire la vita normale. Non solo la sopravvivenza, ma la vita in quanto tale. Tutto questo per loro è stato un sogno che forse, solo dopo un anno, alcuni di loro, riesco a percepire nuovamente.
Io voglio raccontare la storia. La storia per come l’ho vista. In quanto tale. La storia di persone che hanno perso tutto. Il bene materiale, le loro città, i loro punti di ritrovo, i loro bar, le loro scuole, le loro chiese, i loro negozi. I loro parenti, vicini, familiari, amici. E sopra ogni cosa, la possibilità di rinascere.

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Perché scavando con le mani per recuperare cadaveri, perché spaccandosi la schiena montando le tende dei campi, perché cucinando per 50 persone tutti i giorni, perché accompagnando i sopravvissuti dentro le case pericolanti, rischiando la morte, per permettere di recuperare qualcosa, almeno qualcosa, della propria vita passata, perché grazie a tutto questo, io posso ancora parlare di umanità. Un’umanità di cui non mi vergogno, che posso esclamare serenamente. Questa è l’umanità. Dei volontari trattati loro stessi come bestie, come estranei, come persone pericolose, e che malgrado tutto hanno lottato con mani e denti per rimanere e dare una mano. Dei vigili del fuoco, che hanno costantemente messo a rischio le loro vite, ogni giorno. Degli stessi terremotati, di tutti quelli che hanno alzato la testa di fronte alle ingiustizie, ai campi-lager, alla prepotenza, al controllo. Di quelle persone che facevano ridere i bambini, di quei militari che cucinavano per tutti, che organizzavano karaoke e ridevano.

Ho visto un piccolo mondo, circoscritto, solo, diverso. Ho visto un mondo che secondo la televisione doveva essere come me. E invece non lo era.

La ricostruzione non esiste. L’Aquila è morta.
La ricostruzione è propaganda. I moduli abitativi provvisori sono propaganda. Le costosissime strutture per tenere in piedi i mattoni di una città fantasma, sono propaganda.

Ci sono persone che vivono nei container. Ci sono persone che vivono in baraccopoli ai margini delle strade. Ci sono persone che si sono costruite casette di legno di 10 mq se va bene, e che vivono lì magari in 5, o 6.
L’Aquila esiste in quanto postazione militare. Il centro storico è un grandissimo museo a cielo aperto. A breve toglieranno le transenne del centro e vi faranno pagare un biglietto per visitarla.
L’Aquila è Pompei. Le visite guidate, i racconti, le curiosità.

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Non vi dico questo con qualche scopo, politico, sociale o altro. Ve lo dico perché ci sono stata. Perché le mie foto lo testimoniano. Perché ti si rivolta lo stomaco entrando in una via, e poi un’altra, e un’altra ancora. C’è odore di morte. Ci sono intere pareti di case tenute assieme da una grossa barra di ferro. Le case, internamente, sono tutte puntellate con strutture di acciaio. Non ci sono muri, non ci sono palazzi che stanno in piedi da soli, ci sono case squarciate, interamente ricoperte da barre di legno. La sensazione è quella di voler tenere in piedi un cadavere con un evidente foro di proiettile in testa.

I militari, appostati alla fine dell’unica via agibile, proibiscono ai terremotati di entrarci. L’Aquila è rinata? No, non è l’Araba Fenice. Abbiamo sbagliato favola.

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Mi sono fatta raccontare le mille balle, le mille bugie, i mille aggiri del nostro governo. I moduli abitativi, i soldi stanziati, quelli buttati per costruire la strada di Obama e per il G8, i decreti “abracadabra”, gli sproloqui di quei politici che non hanno avuto neanche la decenza di alzare il culo dalle loro poltrone a Roma, e tanti altri abomini che Monique ha pazientemente raccolto con Terremoto09.

E quello che la televisione propagandistica ci ha fatto vedere, era teatro. Non ho mai avuto grande simpatia per Silvio Berlusconi, né per Bertolaso, per dirne un paio. Ho sempre cercato di capire come stanno realmente le cose. Vi dico solo questo, a prescindere dal vostro colore, se andrete all’Aquila, capirete da soli. Perché come mi ha detto Monique, tornando a Padova, finchè non guardi con i tuoi occhi, gli unici a cui credi veramente, non capirai mai perché certa gente dice certe cose. O perché alcuni, che non hanno piegato la testa, sono pronti a farsi arrestare, o a farsi pestare a sangue, pur di dire la verità.
Perché se voi visitate L’Aquila, un anno dopo, non potete aver dubbi. Perché se voi ascoltare le storie dei terremotati, non potete dimenticare. E non potrete girare canale. Non potrete passare oltre.
Capirete tante cose, ne scoprirete molte altre.

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Da bocche che sono state 3 mesi senza doccia nei campi della protezione civile. Di bambini che si sono visti portare via l’unico loro svago, una piscina gonfiabile, perché non era stata approvata dalla protezione civile. Di donne che avevano bisogno di un cerotto, di acqua ossigenata, di una pastiglia per il mal di testa, che si son viste portare via i pochissimi farmaci perché non erano autorizzati dalla protezione civile e da un medico. Queste persone, questi eroi, hanno sopportato cose possibili solo nei migliori lager. I volontari sono stati trattati come terroristi, schedati un milione di volte, allontanati dai campi, seguiti con intercettazioni ambientali.
Ci sono persone che hanno avuto il coraggio di parlare, facendolo davanti a un microfono. Queste persone sono state minacciate. Per aver detto la verità, è così che funziona, in Italia.

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Delle tante cose che ho scoperto in questo piccolo viaggio, ce n’è stata una che credo non dimenticherò mai. Il ruolo della protezione civile, sovra citata.
All’inizio neanche ci credevo. La PROTEZIONE CIVILE. Le parole in Italia sono la bugia più grande. Il POPOLO DELLA LIBERTA’. Pensateci. E farete il confronto. Libertà, protezione, queste parole hanno da tempo perso il loro significato.
La protezione civile è un organo direttamente controllato dal Presidente del Consiglio. I conflitti di direttive o ordini sono facilmente aggirabili. Questo particolare organo, all’Aquila, ha fatto il buono e il cattivo tempo. In questo caso, ha fatto tempesta. Il terremoto ha tolto le case agli Aquilani, la protezione civile ha tolto loro la dignità. Ho sentito tanti racconti, e vi giuro che sono in difficoltà a ripeterli. Queste persone, che spero non siano tutte uguali, sono state in grado di perseguire atteggiamenti non-umani.
Collegando le varie informazione ricevute, ti fai un’idea. La protezione civile, il Presidente del Consiglio, le aziende edilizie, la ricostruzione, la mafia in quanto tale, il denaro dei gratta&vinci, il famigerato progetto C.A.S.E., la propaganda e le bugie, il G8.

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Non traggo conclusioni pubblicamente. Lancio un appello. Un appello umano, per farvi andare tutti a vedere, coi vostri occhi. Andateci, partite con Monique o anche senza. Perché più vedrete, più parlerete, più la gente saprà. E’ importante. Non ci costa nulla. Noi, che abbiamo ancora un tetto sopra la testa, che abbiamo ancora tutti i nostri parenti, che abbiamo ancora qualche soldo in tasca, che abbiamo ancora voce, perché non l’abbiamo persa tra le lacrime. Noi, abbiamo il dovere e il diritto di fare una semplice cosa: PARLARE. Le bugie si sconfiggono assieme, uniti, la visione che non puoi cancellare, l’idea che non puoi mettere a tacere, lo scempio che non puoi ignorare. Assieme, semplicemente parlando.
Andate all’Aquila, nelle cittadine limitrofe, scattate foto, scrivete articoli, commenti, usate i vostri blog, fatevi sentire. Io vi assicuro, chi visita quei luoghi, chi parla con quelle persone, non può dimenticare.
Non facciamo il grande errore di dimenticarci di 80.000 persone perché la televisione non ne parla. Non diamo potere al Grande Fratello. Non permettiamolo.

Grazie

Elisa Gianola

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Ancora bugie, ma iniziamo a stancarci sul serio

21 dicembre 2009 at 21:38 (terremoto) (, , , , , , )

Qui Monique. Non ho la televisione a casa, quindi capita che io mi perda perle come quelle pronunciate dall’onnipresente Bertolaso due sere fa al TG2. Con espressione angelica il Berty nazionale ci comunica questi dati:

  • 17.000 persone già alloggiate nelle C.A.S.E.;
  • 18.000 già alloggiate o da finire da alloggiare nei M.A.P.;

Il suo compito è terminato, dice.

Tanto per cambiare noi abbiamo dati differenti…

  • meno di 10.000 persone nelle C.A.S.E. e dopo discuteremo dello stato delle stesse;
  • meno di 5.000 nei M.A.P.;
  • 22.000 persone sfollate al mare, o comunque in località lontane, quasi tutte con case che presentano danni leggeri;
  • emergenza ancora in atto e, date le temperature, ancora più emergenza;
  • economia Aquilana devastata.

Questo post mi risulta ostico da scrivere, non so veramente da dove partire… partiamo allora dalle famigerate C.A.S.E. di cui tanto si parla e di cui molto si è scritto e celebrato a sproposito. Iniziamo con qualche foto:

Queste sono le C.A.S.E. come ci vengono mostrate in tv o sui giornali. Analizziamole da vicino: appartamento per 4 persone, meno di 50 mtq., una camera da letto e un divano letto in soggiorno. Ogni appartamento è arredato in modo identico agli altri, corredato di ogni cosa dalle lenzuola ai piatti, dagli asciugamani ai vasi da fiori. Qualcuno potrebbe pensare che questa è una bella cosa, nessuno può lamentarsi che altri abbiano avuto di più. Invece è la morte della libera scelta. Molte di queste persone avrebbero certamente gradito di più un buono acquisto che gli permettesse, almeno, di scegliersi le suppellettili, magari non tutti amano le lenzuola bianche o i piumoni norvegesi. Qualcuno avrebbe scelto dei coltelli di un tipo, altri diversi. In ogni caso la scelta di un buono acquisto, presso uno o più negozi aquilani, avrebbe favorito, pur in minima parte, l’economia della città stessa.

Ci si ritrova invece in una struttura standardizzata, proveniente da fuori regione, che nulla di buono ha apportato all’economia della città, e che finisce per standardizzare gli stessi occupanti. Il libero arbitrio non esiste più, nemmeno sulla scelta della ciotola per le insalate. Non so nemmeno se valga la pena parlare degli spazi, basta guardare nella foto della camera il passaggio intorno al letto.

Andando oltre vediamo come si comportano queste C.A.S.E. alla prova inverno; in alcune strutture non si può parcheggiare negli appositi posti auto sottostanti la struttura. Perchè? Purtroppo i lavori fatti in fretta spesso sono fatti male, capita quindi che il cemento della struttura coli sulle macchine parcheggiate rovinandole… i più fortunati hanno solo dovuto sostituire i cristalli.

In uno dei complessi di Bazzano, dove a parte i pilastri portanti c’è solo cartongesso, da un appartamento d’angolo è possibile sentire ciò che accade in ogni altro appartamento della palazzina. Le chiamano pareti di cartavelina… la privacy è un optional e pare di essere tornati nelle tende, dove quando uno russava tre tende oltre la tua si resta comunque svegli.

A Preturo ci viene segnalato un appartamento nel quale, con riscaldamento al massimo, non si riescono a superare i 15°; il problema è lo stesso di prima, cartongesso al posto di cemento. Sempre nello stesso condominio ci segnalano infiltrazioni di acqua tra struttura portante e pareti… indovinate di che materiale? Ma sempre il cartongesso!

Un discorso a parte meritano queste foto, che ci arrivano dal complesso di S.Antonio:

Photobucket

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Queste sono le immagini di un bagno, nuovo, in un appartamento del progetto C.A.S.E.. Quando le ho viste ho pensato fossero le solite infiltrazioni di acqua che tanti residenti di questi appartamenti strafighi ben conoscono, e invece no. E’ semplicemente l’intonaco fatto male, che si sgretola… li chiamano complessi durevoli, ma stanno già cadendo a pezzi dopo nemmeno un mese.

E teniamo sempre a mente l’economia della città, nella quale il 65% delle vecchie attività commerciali, industriali ed artigianali sono ancora chiuse…

Eh già Berty, l’emergenza è proprio finita…

Edit: lo stavo già per postare, ma leggo sul Il Capoluogo:

“…nel telegiornale di Canale 5 dell’ora di pranzo del 20 dicembre, il cronista nel riportare la notizia dello stile di vita delle città italiane, a conclusione della stessa ha affermato, “…anche a L’Aquila, dopo il sisma, è migliorato il livello di vita”. Stop, fine del servizio.”

Ecco, io non auguro mai il male a nessuno, ma a questa giornalista, al suo redattore e ad ogni persona coinvolta in questa roba abominevole, auguro di passare 15 giorni, sotto la neve, con temperature ben sotto lo 0, in un pollaio, come fa ogni giorno Linda con la sua famiglia, riscaldandosi con una stufetta a gas e vivendo tutto il giorno dentro un sacco a pelo. O in alternativa in un container da cantiere, che con la stufetta al massimo raggiunge i 9°, magari dovendo anche percorrere 40 km per andare al lavoro nel traffico pazzesco de L’Aquila, che ti fa rimpiangere Milano. Così magari capiranno bene la qualità della vita a L’Aquila.

TG5, siete un branco di buffoni, non che mi aspettassi altro, ma un minimo di dignità ritrovatela, per voi stessi, se fossi figlia di uno di voi mi vergognerei come una ladra!

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