Diciamo NO

9 luglio 2010 at 13:30 (terremoto) (, , , , , , , , , , , , )

da libera informazione

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La mia Aquila di Elisa Gianola

22 giugno 2010 at 17:13 (terremoto) (, , , , , , , , , , , )

Elisa, fotografa padovana, mi ha accompagnata nel mio ultimo viaggio. Ora vi regala questo scritto, sperando di aprire un po’ gli occhi a chi a L’Aquila non è mai stato.

Monique

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Partendo per questo viaggio con Monique, non sapevo cosa mi sarei trovata davanti. E’ stato tutto così veloce, tutto senza pensare. Nel limbo in cui mi trovavo, sono praticamente scappata da Padova, qualche vestito in valigia, un po’ di soldi e via. L’Aquila, lo dico con tutta la sincerità possibile, era un ricordo. Il ricordo di giorni in cui tutta l’Italia e tutto il mondo avevano gli occhi puntati su un territorio completamente devastato dal terremoto. Una coscienza comune, così tollerante, così devota all’aiuto del prossimo. E tuttavia così lontana. La televisione, la radio, i giornali. Tutto mostrava l’orrore di un mondo diverso. Ognuno si è mobilitato per aiutare queste persone, ognuno aveva di che parlare, ognuno aveva le proprie lacrime, la propria commozione, la vicinanza e il supporto verso il disastro. Quella tristezza televisiva che ti seguiva giorno per giorno, che ognuno di noi aveva l’esigenza di vedere, curioso, demoralizzato, ora dopo ora, inquadratura dopo inquadratura. Donazioni, collette, solidarietà. Se potessi, se avessi. Quello che si poteva fare, da qui, si faceva. Ho pianto in quei giorni, come molti altri suppongo. Quello che si vedeva in televisione era un territorio in ginocchio, osservato da vicino. E come intermezzo esistevano solo le interviste, a questo e quel personaggio, politico, cantante. I funerali, le tombe, le tombe più piccole, i discorsi dello Stato.

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Per l’anno seguente tante parole, poche riprese. Tante parole, poche delle quali dalle bocche giuste. Le bocche che ti avrebbero detto quello che stava realmente succedendo.
Perché, dopo aver messo in ginocchio un popolo, sono state mozzate le gambe ai sopravvissuti. E questo l’ho visto, l’ho sentito raccontare. Non me l’ha detto nessuna televisione, nessun giornale. L’ho ascoltato dalle bocche dei terremotati, l’ho intuito dai loro sguardi, dal loro estenuante desiderio di sdrammatizzare.
Ho visto la disumanità. Ho visto qualcosa che non è arrivato fin qui. Ho visto qualcosa che non è stato mai preso in considerazione, dopo il terremoto.

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La dignità dell’uomo. Il valore dell’essere umano. La volontà di perseguire la vita normale. Non solo la sopravvivenza, ma la vita in quanto tale. Tutto questo per loro è stato un sogno che forse, solo dopo un anno, alcuni di loro, riesco a percepire nuovamente.
Io voglio raccontare la storia. La storia per come l’ho vista. In quanto tale. La storia di persone che hanno perso tutto. Il bene materiale, le loro città, i loro punti di ritrovo, i loro bar, le loro scuole, le loro chiese, i loro negozi. I loro parenti, vicini, familiari, amici. E sopra ogni cosa, la possibilità di rinascere.

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Perché scavando con le mani per recuperare cadaveri, perché spaccandosi la schiena montando le tende dei campi, perché cucinando per 50 persone tutti i giorni, perché accompagnando i sopravvissuti dentro le case pericolanti, rischiando la morte, per permettere di recuperare qualcosa, almeno qualcosa, della propria vita passata, perché grazie a tutto questo, io posso ancora parlare di umanità. Un’umanità di cui non mi vergogno, che posso esclamare serenamente. Questa è l’umanità. Dei volontari trattati loro stessi come bestie, come estranei, come persone pericolose, e che malgrado tutto hanno lottato con mani e denti per rimanere e dare una mano. Dei vigili del fuoco, che hanno costantemente messo a rischio le loro vite, ogni giorno. Degli stessi terremotati, di tutti quelli che hanno alzato la testa di fronte alle ingiustizie, ai campi-lager, alla prepotenza, al controllo. Di quelle persone che facevano ridere i bambini, di quei militari che cucinavano per tutti, che organizzavano karaoke e ridevano.

Ho visto un piccolo mondo, circoscritto, solo, diverso. Ho visto un mondo che secondo la televisione doveva essere come me. E invece non lo era.

La ricostruzione non esiste. L’Aquila è morta.
La ricostruzione è propaganda. I moduli abitativi provvisori sono propaganda. Le costosissime strutture per tenere in piedi i mattoni di una città fantasma, sono propaganda.

Ci sono persone che vivono nei container. Ci sono persone che vivono in baraccopoli ai margini delle strade. Ci sono persone che si sono costruite casette di legno di 10 mq se va bene, e che vivono lì magari in 5, o 6.
L’Aquila esiste in quanto postazione militare. Il centro storico è un grandissimo museo a cielo aperto. A breve toglieranno le transenne del centro e vi faranno pagare un biglietto per visitarla.
L’Aquila è Pompei. Le visite guidate, i racconti, le curiosità.

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Non vi dico questo con qualche scopo, politico, sociale o altro. Ve lo dico perché ci sono stata. Perché le mie foto lo testimoniano. Perché ti si rivolta lo stomaco entrando in una via, e poi un’altra, e un’altra ancora. C’è odore di morte. Ci sono intere pareti di case tenute assieme da una grossa barra di ferro. Le case, internamente, sono tutte puntellate con strutture di acciaio. Non ci sono muri, non ci sono palazzi che stanno in piedi da soli, ci sono case squarciate, interamente ricoperte da barre di legno. La sensazione è quella di voler tenere in piedi un cadavere con un evidente foro di proiettile in testa.

I militari, appostati alla fine dell’unica via agibile, proibiscono ai terremotati di entrarci. L’Aquila è rinata? No, non è l’Araba Fenice. Abbiamo sbagliato favola.

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Mi sono fatta raccontare le mille balle, le mille bugie, i mille aggiri del nostro governo. I moduli abitativi, i soldi stanziati, quelli buttati per costruire la strada di Obama e per il G8, i decreti “abracadabra”, gli sproloqui di quei politici che non hanno avuto neanche la decenza di alzare il culo dalle loro poltrone a Roma, e tanti altri abomini che Monique ha pazientemente raccolto con Terremoto09.

E quello che la televisione propagandistica ci ha fatto vedere, era teatro. Non ho mai avuto grande simpatia per Silvio Berlusconi, né per Bertolaso, per dirne un paio. Ho sempre cercato di capire come stanno realmente le cose. Vi dico solo questo, a prescindere dal vostro colore, se andrete all’Aquila, capirete da soli. Perché come mi ha detto Monique, tornando a Padova, finchè non guardi con i tuoi occhi, gli unici a cui credi veramente, non capirai mai perché certa gente dice certe cose. O perché alcuni, che non hanno piegato la testa, sono pronti a farsi arrestare, o a farsi pestare a sangue, pur di dire la verità.
Perché se voi visitate L’Aquila, un anno dopo, non potete aver dubbi. Perché se voi ascoltare le storie dei terremotati, non potete dimenticare. E non potrete girare canale. Non potrete passare oltre.
Capirete tante cose, ne scoprirete molte altre.

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Da bocche che sono state 3 mesi senza doccia nei campi della protezione civile. Di bambini che si sono visti portare via l’unico loro svago, una piscina gonfiabile, perché non era stata approvata dalla protezione civile. Di donne che avevano bisogno di un cerotto, di acqua ossigenata, di una pastiglia per il mal di testa, che si son viste portare via i pochissimi farmaci perché non erano autorizzati dalla protezione civile e da un medico. Queste persone, questi eroi, hanno sopportato cose possibili solo nei migliori lager. I volontari sono stati trattati come terroristi, schedati un milione di volte, allontanati dai campi, seguiti con intercettazioni ambientali.
Ci sono persone che hanno avuto il coraggio di parlare, facendolo davanti a un microfono. Queste persone sono state minacciate. Per aver detto la verità, è così che funziona, in Italia.

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Delle tante cose che ho scoperto in questo piccolo viaggio, ce n’è stata una che credo non dimenticherò mai. Il ruolo della protezione civile, sovra citata.
All’inizio neanche ci credevo. La PROTEZIONE CIVILE. Le parole in Italia sono la bugia più grande. Il POPOLO DELLA LIBERTA’. Pensateci. E farete il confronto. Libertà, protezione, queste parole hanno da tempo perso il loro significato.
La protezione civile è un organo direttamente controllato dal Presidente del Consiglio. I conflitti di direttive o ordini sono facilmente aggirabili. Questo particolare organo, all’Aquila, ha fatto il buono e il cattivo tempo. In questo caso, ha fatto tempesta. Il terremoto ha tolto le case agli Aquilani, la protezione civile ha tolto loro la dignità. Ho sentito tanti racconti, e vi giuro che sono in difficoltà a ripeterli. Queste persone, che spero non siano tutte uguali, sono state in grado di perseguire atteggiamenti non-umani.
Collegando le varie informazione ricevute, ti fai un’idea. La protezione civile, il Presidente del Consiglio, le aziende edilizie, la ricostruzione, la mafia in quanto tale, il denaro dei gratta&vinci, il famigerato progetto C.A.S.E., la propaganda e le bugie, il G8.

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Non traggo conclusioni pubblicamente. Lancio un appello. Un appello umano, per farvi andare tutti a vedere, coi vostri occhi. Andateci, partite con Monique o anche senza. Perché più vedrete, più parlerete, più la gente saprà. E’ importante. Non ci costa nulla. Noi, che abbiamo ancora un tetto sopra la testa, che abbiamo ancora tutti i nostri parenti, che abbiamo ancora qualche soldo in tasca, che abbiamo ancora voce, perché non l’abbiamo persa tra le lacrime. Noi, abbiamo il dovere e il diritto di fare una semplice cosa: PARLARE. Le bugie si sconfiggono assieme, uniti, la visione che non puoi cancellare, l’idea che non puoi mettere a tacere, lo scempio che non puoi ignorare. Assieme, semplicemente parlando.
Andate all’Aquila, nelle cittadine limitrofe, scattate foto, scrivete articoli, commenti, usate i vostri blog, fatevi sentire. Io vi assicuro, chi visita quei luoghi, chi parla con quelle persone, non può dimenticare.
Non facciamo il grande errore di dimenticarci di 80.000 persone perché la televisione non ne parla. Non diamo potere al Grande Fratello. Non permettiamolo.

Grazie

Elisa Gianola

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Silenzio!

6 aprile 2010 at 14:41 (terremoto) (, , , , , , , , )

Oggi tutti dovrebbero tacere e invece tutti stanno parlando. Troppo. Male.
Soprattutto quelli che sono stati a L’Aquila solo perchè pagati dalla tv o dal giornale di turno, un paio d’ore, solo per girare un servizio o per fare 2 foto. Ecco questi più di ogni altro dovrebbero tacere.

Terremoto09 ha deciso di stare in silenzio oggi, domani sarà giorno di bilanci, ma oggi è il giorno della memoria.

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Caro Belpietro, vieni un po’ a vedere…

7 marzo 2010 at 16:47 (terremoto) (, , , , , , , , )

L’Aquila, 6 marzo 2010.

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Qualcuno mi racconta quello che passa in tv, dato che io l’ho lanciata dalla finestra 9 anni addietro. Mi giunge voce che il signor Belpietro, durante la trasmissione AnnoZero abbia dichiarato che, a L’Aquila, tutti hanno una casa… anzi, il suo Premier ha dato a tutti una casa. A me non risulta, così vado a controllare. Mezza giornata è tutto ciò che ho a disposizione, l’altra metà sarà da dedicare al Presidio della Memoria di cui vi parlerò in seguito.

Parto da Arischia, dai nostri amici, da coloro che ci hanno ospitato appena giungemmo a L’Aquila. Non commenterò le foto, lo lascio fare a voi. Non vi racconterò nemmeno cos’è pranzare in un container, con la neve fuori, e, forse 9/10° di temperatura all’interno…

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Scendo verso la città morta e incontro molte roulotte, camper e casette di legno, posate un po’ ovunque…

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Questo è solo ciò che ho visto su un’unica strada. L’intera città è invasa da sistemazioni di fortuna. Chi ha potuto, chi è stato aiutato, si è arrangiato. In verità io li capisco benissimo, pure a me non piacerebbe vivere in un loculo…

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Uso impropriamente questo blog per mandare un saluto a Simona e Claudio, la nostra barista di fiducia e l’avventore gentile, che ci offre pure il caffè, del nostro bar di fiducia 🙂

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