Aiutateci a comprare un container bagno

31 agosto 2009 at 08:28 (terremoto) ()

Ok avete finito le ferie? Siete stati in vacanza? Noi no, ma è incidentale, non possiamo lamentarci comunque, 4 mesi di campeggio a L’Aquila sono il sogno di chiunque no? Wink

Ci avete letto, ci avete sostenuto, avete diffuso la nostra azione di volontariato per gli sfollati d’Abruzzo.
E’ giunta l’ora di fare il salto. I nostri amici hanno bisogno di voi per acquistare un container bagno, allestito come nelle immagini che alleghiamo.

Container

Container esterno

Il container che vorremmo comprare andrebbe ad una famiglia sfollata, composta di 10 persone, tra cui due anziani e un bambino. Tutte le case di proprietà di questa famiglia sono inagibili, se non gravemente danneggiate, e per le loro caratteristiche, quattro nuclei diversi che conviverebbero, non avranno diritto alle C.A.S.E. che comunque sarebbero troppo lontane dalla loro attività.

Adesso, anzi da mesi ormai, vivono in due container e un pollaio ripulito e coibentato sistemati da loro, in un podere in affitto. Finora si sono arrangiati con una doccia solare e facendo i bisogni nei campi, ma con l’arrivo del freddo la cosa non è più fattibile, quindi c’è bisogno di un container bagno dove possano avere dei servizi degni di questo nome. Questo container inoltre non sarà usato solo da loro, in quanto nel podere sono ospiti diversi loro amici sfollati, e tutti loro hanno bisogno di questo container.

Un container del genere costa circa 4500/5000 euro nuovo. Informandoci in giro abbiamo scoperto che si potrebbe trovare anche usato, preso da qualche cantiere, e ci costerebbe sui 2500 euro, più il trasporto fino a L’Aquila, un altro migliaio di euro circa, a seconda di dove lo acquisteremo.

Quindi eccoci ad avviare una raccolta fondi, per ora tramite Paypal, ma se qualcuno volesse contrinuire, e fosse sprovvisto di carta di credito, ci contatti tramite la mail del sito (terremoto09@gmail.com) e di sicuro troveremo un modo.

Vi ricordiamo anche che il tempo non è moltissimo: l’autunno si avvicina e nell’aquilano, in montagna, fa freddo presto. Vi ringraziamo fin d’ora per l’aiuto che ci darete 🙂

Contatore donazioni

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Di sprechi e di C.A.S.E. che non ci sono

29 agosto 2009 at 13:49 (terremoto) (, , , )

Ieri sera parlavo al telefono con un’amica del campo di Spogna. Dopo essermi informata sulle persone amiche che non posso più andare a trovare (ringrazio ancora per questo il Colonnello Di Fulio), le ho chiesto se c’erano novità, magari novità “buone”, piacevoli e lei si è messa a piangere.

Mi ha raccontato di come, dopo aver buttato me fuori dal campo, per una decina di giorni siano stati fatti lavori in grande stile. Si doveva far vedere che la Protezione Civile a Spogna avrebbe sistemato tutti i problemi.
E allora via alla pulizia del canale di scolo principale del campo, da me sollecitata infinite volte e mai eseguita, ai lavori di restauro per la cucina, all’asfalto sotto la cucina da campo, al montaggio dell’ombreggiante sopra le tende.

Poi, il 13 di agosto, tre giorni dopo aver finito di imbiancare la cucina, l’hanno smantellata tutta. Il campo ora gode di un favoloso servizio catering che giunge da L’Aquila, percorrendo circa una ventina di km. Cibo pessimo, sempre freddo, e servizio che ha già fatto arrabbiare parecchie persone: tra queste una persona che soffre di molte allergie alimentari, a cui in precedenza i cuochi dell’esercito servivano a parte delle pietanze che potesse mangiare.

Il 12 di agosto la mia amica ha incontrato a L’Aquila uno dei cuochi militari che doveva prendere servizio il 13, si sono salutati tutti contenti, anche lui era felice di tornare a Spogna. Nemmeno lui sapeva che il giorno dopo avrebbero smontato tutto. Oltre alla cucina anche l’infermeria è vuota, è da circa un mese che non si vedono infermieri. La maggior parte delle persone ha lasciato il campo, restano forse 15 sfollati, sono rientrati tutti nelle case, anche quelli che hanno case agibili, ma non abitabili o quelli con case parecchio lesionate. Meglio la propria casa, il proprio giardino, anche se malconci,piuttosto che una tendopoli ormai abbandonata a sè stessa. Non importa se si perde il diritto ai pasti e all’uso delle strutture igieniche.

Alla mia amica ho chiesto anche delle C.A.S.E.. L’ultima volta che avevo parlato con il Sindaco lui stava presentando il progetto per Lucoli. Tre siti che avrebbero ospitato queste costruzioni, da destinarsi ai lucolani con case distrutte o inagibili. Lei mi ha detto, “Ma quali case? Non si vedono camion girare, non è iniziato ancora nulla ed è già la fine di agosto!”. Forse un paio di giorni fa hanno iniziato a scavare a Casa Maina, ma non è un dato certo, non sono riuscita a parlare con nessuno della zona, ma a Colle e a Collimento non s’è ancora mosso nulla. I cantieri delle C.A.S.E. quasi pronte per la consegna che mostrano in televisione sono solo una piccola parte di quelli necessari…

Allora io le chiedo, Sindaco Giannone, cosa sta aspettando? Aspetta la neve? Aspetta la Protezione Civile? Cosa? E al Colonnello Di Fulio invece chiedo perchè sono stati spesi soldi per fare lavori completamente inutili.
Non veniteci a dire che i lavori sono stati fatti perchè si pensava di tenere in piedi il campo per altri due mesi, e poi sono cambiate le cose e voi avete dovuto smontare… . La gente ha lasciato il campo, mettendosi a volte anche in stuazioni di pericolo, perchè voi li avete obbligati a lasciarlo. A persone che hanno già perso tutto voi avete tolto anche l’ultimo barlume di speranza. Gli avete tolto la mensa e la possibilità di un luogo ricreativo comune. Gli avete tolto anche l’allegria che portavano i ragazzi dell’esercito, sempre affabili e disponibili, e la possibilità di divertirsi insieme a persone come me e gli altri “volontari” a voi non graditi. La frase, “Senza di te il campo è morto, non si è più trovato un motivo per sorridere”, non mi ha fatto piacere, mi ha fatto piangere.

Insomma che dire… si stava meglio quando si stava peggio.

Come canta, giustamente, Daniele nell’ultimo video, i terremotati sono quelli là… quelli tra palco e realtà.

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Vi stanno avvelenando

28 agosto 2009 at 12:24 (terremoto) (, , , , , , , )

Risale al 20 aprile, circa, il primo allarme sull’amianto a L’Aquila.
A Piazza d’Armi, vicino alle maggiori tendopoli, venivano triturati calcinacci, prelevati dal centro storico, pieni di eternit. Se ne parlò un po’ in quei giorni, si fece pure un consiglio regionale e poi non se ne parlò più.

Poche settimane fa è stato riaperto un pezzettino del centro de L’Aquila, una presa in giro, 50 mt di strada per poter proclamare in tv che si era riaperto il centro della città e favorire gli interessi di una banca collocata in zona.

Mi è capitato di passare in zona, in realtà ho sbagliato strada tornando da Fossa e mi sono trovata per caso a pochi metri dalla strapubblicizzata riapertura del centro. Non sono entrata, non l’ho fatto per due motivi: perchè sono già stata più volte in centro con i Vigili del Fuoco e perchè un dettaglio, subito prima della zona rossa aperta, mi ha colpito.

Mucchi di macerie, in parte triturate e in parte no, ma comunque piene di eternit…

Allora sono tornata a riguardarmi le vecchie foto, foto che avevo scattato ad aprile, poi sono andata a parlare con le persone che in quelle case vivevano, che le avevano costruite. Tutti quelli con i quali ho parlato mi hanno confermato la presenta di tetti in eternit nelle loro case. Abitazioni che, in alcuni casi, sono state demolite e triturate ben bene prima di essere smaltite non si sa dove e, comunque, tutto il materiale sia cementizio che eternit è stato portato via ammassato insieme.

Ed eccomi qui a scrivere questo articolo, per dire a tutti voi di stare attenti… vi stanno avvelenando.
Non so di chi sia la responsabilità della cosa, ma, attualemente, i tetti in eternit, così comuni nelle case crollate, vengono, almeno in molti casi, smaltiti come normali calcinacci. Vengono triturati e in questo modo rilasciano sostanza pericolose nell’ambiente e noi le respiriamo. Quei tetti contengono alte percentuali di amianto, come del resto i tetti di tutta Italia costruiti fino a pochi decenni fa.

Mi sovvengono alcune domande per i signori Cialente, Chiodi e la signora Pezzopane:

Sono stati identificati i siti e le procedure per lo smaltimento di questi rifiuti?
Chi si occupa della cosa?
Chi sorveglia?

Non si può giocare anche con la salute di persone già così duramente colpite!

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Per queste foto ringraziamo anche Pino del Re

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La Protezione Civile

26 agosto 2009 at 21:54 (terremoto) (, , , )

Questo, devo ammettere che è il post più difficile di questo blog, vi avviso, sarà piuttosto lungo, ma il rischio di fraintendimenti è estremamente alto ed abbiamo cercato di essere il più chiari possibile.

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Centro commerciale “L’aquilone”, appena fuori L’Aquila: è il 25 aprile. Parcheggiamo la macchina e scendiamo, lista della spesa alla mano, per fare scorta di generi di prima necessità da dividere con i nostri stupendi ospiti. Nel parcheggio del centro commerciale ci sono altoparlanti fissati ai pali della luce che distribuiscono musica tutt’intorno. La canzone, al nostro arrivo, recita così: “Tutta mia la città, un deserto che conosco, tutta mia la città, questa notte un uomo piangerà”.

Non è uno scherzo. E’ solo una delle tante tragiche coincidenze che gli aquilani hanno dovuto sopportare nelle ultime settimane. Fatalità… è vero, un terremoto è senz’altro una fatalità, e le sue conseguenze materiali sono il frutto di questa fatalità. Ma le azioni degli uomini che si trovano ad operare in una situazione del genere possono essere anch’esse catalogate come semplici conseguenze di una fatalità?

Non credo. La domanda che più spesso viene rivolta, attraverso l’etere, a chi come noi si trova qui a vivere, a condividere, seppur in modo palesemente incompleto, i drammi, le fatiche, i ricordi, i pensieri e i propositi degli aquilani è: ma la Protezione Civile sta facendo bene come si dice in tv a reti unificate, oppure sono vere le voci più o meno indipendenti e sporadiche che danno notizia di lacune od omissioni nella gestione dell’emergenza?

La verità, come spesso accade, non è semplice come una banale distinzione tra bianco e nero. E per verità, in questo luogo, intendo il racconto di ciò che gli occhi vedono e le orecchie sentono.

Non abbiamo pretese di possedere la Verità, quella con la V maiuscola che tutto comprende e nella quale tutto è uniforme al concetto assoluto di verità, poiché essa è in realtà presentata come un concetto uniforme solo per il comodo degli uomini. Non esiste affatto in tal forma. La Verità è un infinito insieme di piccole cose che accadono, le quali sono spesso tutt’altro che univoche nel loro svolgersi, nel senso e nelle conclusioni che se ne possono trarre.

Ciò premesso, questo è ciò che vedo, il senso che dò a ciò che vedo, e i pensieri che faccio in merito a tutto questo. Lo spiegamento di forze è imponente. Uomini e mezzi, la città è invasa da ogni ordine di forze pubbliche: dalla Polizia ai Carabinieri, dai Vigili del Fuoco ai finanzieri, dalla Protezione Civile alla Polizia Provinciale, della quale peraltro ignoravo completamente l’esistenza e via fino all’Esercito. Numerosi campi sono stati allestiti in città e sono presidiati continuativamente da un gran numero di agenti, od operatori se vogliamo comprendere tutte le forze in un’unica definizione.

Non parlerò delle condizioni della città, che saranno oggetto di un altro discorso, ma mi limiterò a descrivere la situazione relativa agli operatori e raccontare le mie riflessioni al riguardo.

Esistono grandi differenze tra i diversi campi, e questo è un primo elemento su cui si dovrebbe riflettere: si va da installazioni complete di tende, bagni chimici, impianti di scolo delle acque, farmacia, tenda medica con personale medico presente e cucina da campo con operatori addetti al catering, fino a realtà dove per giorni non sono giunti operatori di alcuna forza.

Nel campo di Spogna, ad esempio, le persone fuggite dalle case durante la scossa delle 3.32 si sono ritrovate al campo sportivo: tra loro tante persone anziane e bambini, dai 13 anni ai 18 mesi della “mascotte” del paese, Matteo. Per diversi giorni non hanno visto operatori nè aiuti di alcun genere. Sono stati privi di tende, servizi igienici e della possibilità di approvigionarsi di generi alimentari con regolarità. Il terzo giorno un gruppo di operatori della Protezione Civile ha portato loro delle tende: le hanno scaricate dal camion e poi sono ripartiti, lasciando gli abitanti di Spogna di nuovo soli, con un intero campo da allestire con le proprie forze.

Ora, come ho detto, non si tratta di produrre concetti assoluti da ogni episodio, questo lo fanno gli ipocriti, i falsi, i mentecatti, i servi, sempre a favore della propria parrocchia, ovviamente. Si tratta invece di utilizzare gli episodi, positivi o negativi che siano, come spunti di riflessione non tanto per puntare il dito, quanto per migliorare ciò che è.

L’episodio di Spogna stimola molte riflessioni: per giorni nessun aiuto giunge in un paese colpito da un sisma, quando arrivano le tende non arriva null’altro insieme ad esse, e gli operatori non si fermano ad allestire il campo, lasciando quest’onere ai cittadini sfollati. Per contro, in altri campi (specie quelli in città) c’è un’organizzazione severissima di tipo militare portata avanti da un gran numero di operatori della Protezione Civile. Tutto viene controllato, bisogna avere permessi per fare qualunque cosa e viene rifiutata dall’organizzazione ogni offerta di aiuto (anche di professionalità specialistiche). Due situazione agli antipodi.

La domanda è: perchè? Si tratta dello stesso terremoto, della stessa gente, della stessa Protezione Civile, degli stessi campi da allestire. Non si tratta della buona volontà dei singoli, che appartiene a molti degli operatori che abbiamo incontrato. Quello che manca è un’organizzazione adeguata. Per capire meglio facciamo un esempio: in un pronto soccorso, organizzato bene, esistono decine di professionalità differenti, ognuna con competenze e compiti distinti e precisi; in un pronto soccorso arrivano persone che necessitano di cure, ma nessuno può prevedere quante e con che tipo di patologie o necessità. Un pò come per i terremoti, sai che si possono verificare una serie di eventi patologici o traumatici, ma non sai quando e con quale intensità. Per questo, in un pronto soccorso, esistono i protocolli.

In questo modo, quando arriva un’emergenza, non esistono tempi di latenza, l’intervento di ogni operatore è codificato a seconda delle competenze ed è integrato a quello di tutti e in questo modo si limita al minimo la perdita di tempo prezioso. I protocolli, ovviamente, vengono studiati a monte, ovvero prima che le emergenze si verifichino: si ipotizzano i possibili scenari di emergenza e si studiano alberi decisionali e sequenze di procedure in modo tale da limitarne al massimo il numero, così da ridurre i tempi di intervento in favore di una rapida soluzione.

E non solo: i protocolli vengono rivisti ad intervalli di tempo regolari, o quando innovazioni tecnologiche specifiche rendono possibili ulteriori risparmi in termini di tempo. Questo vale per le procedure di pronto soccorso sanitario, e dovrebbe valere secondo me a maggior ragione per situazioni quali catastrofi naturali che coinvolgono migliaia di persone nello stesso momento.

Ed è proprio questo il punto: non siamo qui a discutere la buona volontà dei singoli, ma le evidenti carenze di un’organizzazione inadeguata. Il nostro è un paese in cui la maggior parte del territorio è a rischio sismico, un paese nel quale molti eventi sismici si sono succeduti anche in anni recenti, esigendo ognuno il proprio tributo di vite umane: non si tratta quindi di discutere di remote possibilità a carattere sporadico, ma di eventi probabili. Non si può discutere di “se”, ma di “dove” e “quando”. Il che non significa pontificare sulla possibilità o meno di prevedere eventi come i terremoti (questo è argomento tecnico, ed appartiene ad altri ragionamenti), ma di dover considerare ovvio che questi scenari vengano realisticamente ipotizzati e che adeguati protocolli di intervento vengano studiati prima che l’ennesima tragedia si verifichi.

In Italia molte persone vengono pagate per svolgere le attività più bizzarre, le consulenze più fantasiose, i compiti più impensabili: ho l’impressione che ci siano anche persone pagate con denaro pubblico che, tra un’emergenza e l’altra, dovrebbero occuparsi di questo genere di pianificazione, in modo tale che quando si verifica “l’altra” emergenza le cose funzionino meglio che nella precedente… e in modo tale che gli stipendi tra un’emergenza e l’altra non vengano regalati, più che pagati.

Dalla pianificazione degli interventi dipendono una serie incalcolabile di variabili, la più evidente delle quali è la sopravvivenza di quanti restano intrappolati negli edifici, nelle auto, nelle strade senza potersi mettere in salvo. Si tratti di terremoto, di frane, valanghe di fango od eruzioni vulcaniche, tutti fenomeni tutt’altro che improbabili nel nostro paese.

to be continued

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Pescomaggiore

25 agosto 2009 at 12:57 (terremoto) (, , )

Terremoto 09 sostiene la ricostruzione di Pescomaggiore.

Gli abitanti del paese, che avrebbero dovuto abbandonare la loro realtà per andare a vivere nelle famose casette a 10 km di distanza, condannando così a morte il loro paese, hanno deciso di costruirsi da soli un villaggio ecologico.

qui la loro storia
qui il seguito

COMITATO PER LA RINASCITA DI PESCOMAGGIORE

IT87S0574815404100000008397

BIC: IBSPIT3P

CAUSALE : ECO-VILLAGGIO

CONTATTI :

FABRIZIO PAMBIANCHI – 3398980500 – fabripam@libero.it

AVV. DARIO D’ALESSANDRO – 3289436136 – avvocato@dariodalessandro.it

ARC. PAOLO ROBAZZA – 3497872666 – paolo.robazza@libero.it

ANTONIO CACIO – 3285428008 – ufocacio@tiscali.it

contatti stampa: Sara Vegni 3391932618 saravegni@asud.net

Tra le tante cose che servono, e che troverete in allegato aprendo i link, mancano anche volontari. Questa la tabella di marcia:

dal 27-8 al 12-9 8 volontari

Dal 14-9 al 28-9 12 volontari

dal 29-9 al 14-10 12 volontari

(fonte: http://www.sabinaguzzanti.it)

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Riparliamo un po’ di Onna

18 agosto 2009 at 22:37 (terremoto) (, , )

Perchè riparlare di Onna? Innanzi tutto perchè ho deciso, dopo lunga riflessione, che tutti hanno il diritto di vederne le foto, le abbiamo fatte con il massimo rispetto per il luogo e, in seconda battuta, perchè sono testimonianza diretta di tante cose che andiamo dicendo. Intanto vediamole:

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Avete notato? C’è una sola cosa, a parte il passaggio iniziale per poter entrare in paese, che è stata puntellata, ovvero la chiesa del paese, o meglio, quel che resta della stessa. Le case non sono state toccate. Nè quelle distrutte, sulle quali poco si può fare, nè quelle che sono ancora in piedi, magari appoggiate a case che crolleranno a breve.

In ogni paese che abbiamo visitato la situazione è la stessa. Case che sarebbero anche agibili, o agibili con pochi lavori, rischiano, da un momento all’altro, di crollare sotto l’ennesima vibrazione del terreno. Capiamo perfettamente la problematica del patrimonio storico da salvare, ma ci chiediamo se sia vero che le case non siano altrettanto importanti.

Il centro storico de L’Aquila, tutta la zona all’interno delle mura, è nelle stesse condizioni, completamente devastato, non puntellato, a continuo rischio di ulteriori crolli. Ci hanno detto che, il 22 giugno, dopo la scossa di magnitudo 4.7, non era cambiato nulla, non c’erano stati crolli: hanno mentito.

Vi lasciamo a questa riflessione con la foto dell’unica cosa che il nostro amico Veronel è riuscito a recuperare dalla sua casa ad Onna, un caro ricordo ha detto, magari chi glielo ha regalato ci legge e sarà felice di saperlo.

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Ringraziamo Vito e Luca, e i loro colleghi vigili del fuoco di Roma, che ci hanno accolto e accompagnato a Onna, speriamo vi sia piaciuta la cena che vi abbiamo preparato quella sera

Vi ricordiamo il bottoncino di Paypal sulla barra a destra… dateci una mano a comprare un container bagno.

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L’economia a L’Aquila

15 agosto 2009 at 18:54 (terremoto) (, )

Leggo in diversi giornali che c’è un grosso problema con l’economia a L’Aquila. E’ sempre bello vedere che, pur con un paio di mesi di ritardo, anche la stampa si accorge dei problemi. Si pensa solo alle case, ma molte aziende, soprattutto agroalimentari, sono sull’orlo del fallimento. La colpa di questo viene data ai troppi aiuti che sono giunti: di cosa stupirsi? Se ci sono patate gratis, perchè comprarle dal contadino locale?

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Vi racconto la storia degli approviggionamenti del campo di Spogna. Per i primi mesi la Protezione Civile si è servita da un grosso rivenditore industriale per approvvigionare i campi del comune di Lucoli, cioè Spogna (San Giovanni), San Menna e Casa Maina. Un totale di circa 650/700 sfollati. Poi un mese circa fa la svolta positiva: vengono cambiati i fornitori, si andrà a far spesa dal negozietto del paese, che, naturalmente, utilizza anche i prodotti locali. Tutti contenti, anche se la faccenda è un po’ più complessa per quello che riguarda gli ordini. Ci si dovrà servire da tre negozi diversi invece che da un solo fornitore, ma sono difficoltà superabili e si parte con convinzione.

I primi problemi arrivano con il primo carico. Il negoziante non ha un camion… è un piccolo negozio in un piccolo paese, ma si rende disponibile a fare più viaggi con l’auto e, un po’ alla volta, tutto arriva a destinazione. E’ un martedì. Il giovedì arriva il secondo carico di merce e la brutta notizia. Il negoziante non fornirà più i pasti ai campi. Restiamo allibiti e il signore, gentilissimo, ci spiega perchè. Il suo problema è duplice: per prima cosa, non è abituato a gestire ordini così grossi, poichè il suo negozio in genere fa sui 300 euro al giorno di venduto e solo il campo di Spogna ha fatto due ordini in tre giorni per un totale di 1500 euro di merce. Non ha un magazzino adeguato e i mezzi per andare a rifornirsi. Inoltre la Protezione Civile paga a 60 giorni, e qui il problema appare subito chiarissimo. Come si può pretendere che un piccolo negozio anticipi tanti soldi per 60 giorni? Abbiamo fatto una stima insieme al negoziante. I 3 campi avrebbero ordinato circa 11.000 euro di roba a settimana, per 8 settimane sono 88.000 euro, cifra che lui non vede in un intero anno. Alla luce di questi fatti ha dovuto rinunciare al contratto, pur consapevole che quella sarebbe stata l’occasione della vita per lui e la sua famiglia, ma è un terremotato anche lui, non si è sentito abbastanza forte e tutelato per chiedere un prestito alla banca.

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Questo è solo un piccolo esempio. Il problema è molto più complesso di così, ma anche molto più complesso di quello che traspare da certe testate giornalistiche. Si parla di ricominciare a fare la spesa a L’Aquila, ma nessuno ha monitorato gli aumenti dei prezzi che ora sono da furto legalizzato. Non è certamente un genere di prima necessità, ma il mio rum preferito, per darvi un’idea, al centro commerciale L’Aquilone è aumentato di 6 euro tra il 25 aprile e l’inizio di agosto, partendo da una base di 9,95 euro.

Nessuno si chiede con quali soldi dovrebbero fare la spesa quegli aquilani che non hanno più un lavoro. Ah si! Con i soldi promessi dal governo! Però, accidenti! Peccato siano arrivato solo i primi 80 euro di aprile, che sarebbero stati 100, ma sono stati decurtati i primi 6 giorni.

Ecco a cosa serve la nostra piccola raccolta fondi, noi facciamo spesa a L’Aquila, anche presso coltivatori locali, per quelli che non hanno la possibilità di farla. Una goccia in mezzo al mare, ma sempre meglio di niente.

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Come volevasi dimostrare

12 agosto 2009 at 11:38 (terremoto) (, )

Come volevasi dimostrare.

Arrivano i primi dati del censimento, li ha pubblicati Il Centro e… sorpresa! Le C.A.S.E. non bastano.
I 4500 alloggi previsti coprono meno di un terzo delle richieste di case.
Certo, si può sempre andare ospiti da amici, se hanno una casa, oppure si può sperare nella requisizione delle case sfitte. Insomma siamo a metà agosto e di certo non c’è nulla.
Anzi, una notizia certa ve la forniamo noi: siamo andati a fotografare i cartelli illustrativi del progetto C.A.S.E. a Cese di Preturo e a Bazzano. La data di consegna potete vederla da soli ingrandendo le foto.

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Villa Sant’Angelo

8 agosto 2009 at 10:33 (terremoto) (, )

Villa Sant’Angelo è un piccolo paese a sud-est di L’Aquila. Il terremoto del 6 aprile lo ha colpito molto duramente: si stima che il 90% delle case sia crollato o fortemente lesionato, e dei suoi 436 abitanti ne siano morti 17.

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A Villa Sant’Angelo siamo capitati quasi per caso: un amico di Ylenia ci aveva chiesto se potevamo passare di lì a cercare un suo conoscente, di cui non aveva notizie dal giorno della scossa. Lo abbiamo accontentato e una mattina ci siamo diretti al paese. Inizialmente, siccome non eravamo mai stati a Villa Sant’Angelo, abbiamo seguito la strada principale, che ci ha portati proprio di fronte alla zona rossa, sbarrata in modo perentorio. Ma anche se non ci fosse stata la recinzione ci saremmo fermati…

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Dopo questo triste assaggio, ci siamo recati al campo del paese. Ci siamo registrati e abbiamo lasciato un documento all’ingresso (è prassi in alcuni campi). Alcuni passanti ci hanno detto che l’uomo che cercavamo non era lì, e ci hanno dato indicazioni su come trovarlo, in una casa poco distante. Siamo quindi tornati alla nostra macchina e abbiamo notato una chiesa poco distante che, arrivando, incredibilmente, non avevamo notato. Se non vado errata questa è, anzi era, la chiesa di San Michele.

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La nota positiva è che, una volta ripartiti, abbiamo trovato la persona che cercavamo, un signore sull’ottantina che stava bene, almeno fisicamente: ci ha spiegato che non era rintracciabile perché la sua casa non è più agibile e non ha più la possibilità, ovviamente, di usare il suo telefono di casa. Ci ha quindi dato il suo numero di cellulare (il suo primo cellulare!), che abbiamo subito fatto avere all’amico di Ylenia. E’ stato toccante vedere questo anziano signore commuoversi nel sapere che una persona così lontana si era preoccupata per lui e aveva chiesto sue notizie 🙂 Ci ha raccontato della sua attività, che sta passando ai suoi figli, ma che il terremoto ha purtroppo gravemente danneggiato: ci ha mostrato i container dove intendono riaprirla, e ci ha spiegato che la casa in cui ci trovavamo, quella di sua figlia, aveva retto al terremoto e la stavano sistemando. La sua famiglia per ora si sarebbe trasferita lì. La vita continua, insomma, nonostante tutto: ci sono tante persone, come quest’uomo, che vista la loro età sanno già che probabilmente non rivedranno mai L’Aquila com’era una volta, ma che comunque si impegnano, per il futuro della loro terra e di chi dopo di loro ci abiterà.

Marta

P.S. Ho trovato questa serie di foto su Villa Sant’Angelo, che documenta molto meglio di noi i danni subiti dal paese 😦

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Perché non ci volete a L’Aquila?

4 agosto 2009 at 22:45 (terremoto) (, )

Che noi, e con noi intendo i volontari che sono arrivati a L’Aquila senza infilarsi una divisa, fossimo personaggi scomodi, era chiaro da tempo. In tanti siamo stati perseguitati dalla polizia che fa capo ai COM, dai NAS, da ogni ordine e grado di forze dell’ordine. Mine vaganti, ecco come ci definiscono, persone che non rispondono alla suprema autorità della Protezione inCivile, persone che ragionano con la propria testa e che non direbbero mai la frase, “stiamo solo eseguendo degli ordini”, anche perché ordini non ne prendono da nessuno. Persone che si sono attivate, hanno portato sia la loro opera sia gli aiuti di chi non poteva muoversi da casa ma voleva contribuire, hanno lavorato, giocato, consolato, riso e pianto, scritto e pubblicato quello che accadeva assumendosi sempre la responsabilità di ogni loro azione.

In questo paese questo non è il modo consueto di fare le cose.

Destabilizza.

Ho visto, in questi tre mesi a L’Aquila, tante cose che non andavano: alcune le ho scritte, ma su altre ho scelto di cercare la via del dialogo, e questo pare essere stato l’errore.

Ho visto volontari portare aiuto ai terremotati, trovare un vecchio fienile, un proprietario disponibile a prestarlo, e qui allestirvi un magazzino di distribuzione merci. Li ho visti fare continui viaggi da Roma a L’Aquila per portare abiti, cibo, farmaci. Li ho visti subire il trattamento della Protezione inCivile, che si presentava al magazzino e portava via scatoloni di merce, non per portarla in un campo, ma per portasela a casa.

Ho visto farmacisti della Protezione inCivile, che gestiscono un magazzino a Monticchio, rispondere a chi chiedeva farmaci per un campo che in quel campo avevano già avuto anche troppo. Peccato che in quel campo non ci fossero nemmeno un infermiere o un medico…

Ho visto poche settimane dopo, sempre in quel magazzino, farmaciste gentilissime e disponibili a dare tutto ciò che serviva.

Ho visto un ragazzo, uno sfollato, che da solo aveva creato ed organizzato un magazzino di abiti e cibo in un campo, venire cacciato dal campo stesso all’arrivo della Protezione inCivile, che si è accaparrata tutto quello che c’era.

Ho visto centinaia di famiglie arrangiarsi da sole e non ricevere nessun aiuto, e solo perché rifiutavano di dormire nei campi. Li ho visti dormire in auto, dentro a cassoni di camion, sotto tende improvvisate. Li ho visti inventarsi ogni giorno un modo nuovo per sopravvivere. Ho visto la vostra solidarietà e il totale disinteresse della Protezione inCivile verso questo persone.

Ho visto vietare agli sfollati di riunirsi, di bersi un caffè, di distribuire volantini, di festeggiare compleanni con la loro famiglia, magari alloggiata nel campo a fianco.

Ho visto capicampo fregarsene dei loro compagni sfollati e pensare solo a sé stessi, ai loro camper, alle loro famiglie e ad intascarsi la maggior quantità di materiale disponibile.

Ho visto e ho registrato un sindaco, quello del comune di Lucoli, Giannone Luciano, rispondere a chi voleva portare il suo aiuto, sotto forma di lavoro e di soldi contanti, rispondere,  “ci sono tanti comuni che hanno bisogno di aiuto, vada ad aiutare uno di quelli”.

Ho visto e ho registrato un capocampo, Ivan Alfonsi, che insediatosi dopo oltre due mesi dal terremoto si vantava di aver fatto più lui in mezza giornata che il Maresciallo Marco Palma in due mesi. Vorrei ricordare a tutti che Marco, da solo, tre giorni dopo il terremoto, ha tirato su un intero campo per 130 persone. Ha organizzato i pasti, gestito e distribuito gli aiuti che arrivavano senza il tramite della Protezione inCivile, montato le tende con le sue mani. Sua moglie ha organizzato il magazzino del campo distribuendo aiuti a tutti quelli che ne avevano bisogno, e creando una catena di solidarietà che ancora oggi funziona.

Ho visto un capocampo, Tullio Tempesta, insultare volontari e vigili del fuoco definendoli sfruttatori. E ho visto lo stesso strattonare me, fino a causarmi una lesione ai tendini ed un’incrinatura del radio del braccio sinistro, solo perchè avevo osato offrire un caffè ai vigili urbani di Brescia.

Ho visto persone, volontari, venire minacciati da un poliziotto con queste testuali parole,  “noi non vi abbiamo ancora toccati, ma ora c’è il G8, partiranno le sassaiole e noi arriveremo con i manganelli… “, e le vostre facce, io, le ho memorizzate. Vi cercherò.

To be continued

Monique

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